LA CALENDULA

La calendula é una pianta comune e poco appariscente, anche producendo fioriture copiose i cui capolini somigliano a margherite arancioni. Apre i suoi fiori all’alba per richiuderli la sera ed era perciò anche detta orologio dei contadini. Il suo copioso fiorire è anche frequente; nella bella stagione fiorisce ogni mese da cui il nome calendula, pianta della candelora o della luna nuova. Naturalmente il senso é figurato ma rispecchia ad esempio la forma del seme che somiglia ad una piccola falce di luna. È una pianta medicinale tra le più attive ed un consumo regolare del suo decotto aiuta contro le affezioni gastriche. In cataplasma è un efficace cicatrizzante e disinfiammante con anche potere antibatterico ed antivirale.
 
Santa Ildegarda scrive a proposito della calendula:
“La calendula è fredda e umida, contiene molta viridità ed è efficace contro il veleno. Chi ha ingurgitato qualcosa di velenoso o gli è stato introdotto, cuocia la calendula nell’acqua e dopo aver tolto l’acqua con la pressione la ponga calda sullo stomaco. Questo rende il veleno debole ed esso verrà rigettato,
perchè la forza e freschezza della viridità della calendula scioglie il veleno. Al contempo riscaldi del buon vino e poi aggiunga la calendula e lo riscaldi di nuovo. Questo vino bevuto tiepido farà espellere all’uomo il veleno attraverso il naso come schiuma o dalla bocca, perchè le forze buone di questa pianta insieme al calore del vino portano a vomitare il veleno”.
“Se qualcuno ha della tigna in testa prenda i fiori e le foglie della calendula e ne sprema il succo. Prenda il succo e un po’ meno d’acqua e farina di grano o segale, metta questo impasto sulla testa coprendosi poi con un berretto. Lo tolga solo quando diventa caldo e secco e lo sostituisca con uno fresco. Prima di mettere il nuovo impasto, la testa va lavata con una soluzione di succo di calendula. Questi verrà guarito “
“Se qualcuno ha della croste sulla testa prenda del lardo (speck), tenga la parte che si trova più vicino alla parte più dura della cotenna e la pressi insieme alla calendula. Con questo impasto si deve ungere spesso il capo e le croste non si formeranno più e la testa (capelli) sarà bella.”
Effettivamente il massimo utilizzo moderno é nella cosmesi ed in commercio si trovano numerosissimi prodotti a base di calendula, tutti con azione lenitiva e nutriente. La specie usata in questi casi è la calendula officinalis di cui la nostra calendula arvensis è la sorella selvatica, meno pregiata forse ma non priva di attività.
Dal punto di vista alimentare la calendula può essere usata in cucina, soprattutto i capolini che possono anche essere conservati scottati sott’olio o sott’aceto. I fiori ligulati secchi e polverizzati conferiscono colore giallo aranciato alle pietanze, una specie di zafferano dei poveri.

Per questo articolo ringraziamo Massimo Luciani, dottore in scienze ambientali, e la pagina facebook Etnobotanica

Il Mirto

 
Myrtus communis.
Il mirto é la pianta della femminilità primigenia. Sono innumerevoli i miti che lo associano a grandi madri, guerriere e amazzoni. In Grecia era consacrato ad Artemide ma non come semplice simulacro, bensì come incarnazione o meglio, materializzazione dello spirito divino.
Gli Idoli intagliati in mirto, si dice potessero germogliare, dimostrando l’intercessione e quindi l’esistenza stessa della divinità . In epoca romana divenne simbolo di Venere e con lei della bellezza, dell’amore e della pace imbelle ed è in quest’ultima declinazione che se ne incoronavano i generali vincitori di guerre incruente e gli Arconti, i giudici supremi del collegio dei magistrati di Atene. Piu tardi assunse anche un connotato infero divenendo un viatico mortuale. Questa dicotomia non deve stupire perché é nella morte serena che si raggiunge la pace.
 
È un arbusto sempreverde che fiorisce in primavera e spesso rifiorisce in autunno e produce bacche viola o blu o anche raramente bianche dall’intenso odore aromatico; il suo nome, Myrtus, ha in effetti una radice comune con la parola greca per piacevole profumo. Si utilizza per produrre un famoso liquore per infusione ed è apprezzato come aroma per le carni ma possiede anche pregiate caratteristiche medicamentose. Se ne ricavava, per distillazione, un’acqua aromatica preziosa contro le gengiviti e le contusioni, con spiccate proprietà diuretiche ed utilizzata in profumeria e cosmetica per la preparazione di balsami e saponi.
Il liquore di mirto ha oggi una fortuna commerciale, nata negli anni 90 del secolo scorso, mai vista in precedenza, che ha portato a studi sistematici sulla sua coltivazione, anche perché la macchia mediterranea, suo habitat naturale, stava cominciando a subire una “pressione d’uso” insostenibile. Si é quindi cominciato a selezionare varietà che potessero comodamente essere coltivate a scopo industriale ed ora la coltura del Mirto sta diventando, specie nel sassarese, un buon investimento con rese per ettaro paragonabili ad altre colture storiche.
Il mirto è molto bottinato dalle api per il suo polline ma non produce nettare e quindi non é possibile ricavarne miele.
 
É curioso come la filogenesi delle Myrtacee prenda come riferimento primario il mirto, unica specie di questa famiglia presente da noi. Le Myrtacee sono invece cosmopolite e comprendono generi importantissimi come gli eucalipti e i chiodi di garofano e questo dimostra come la moderna classificazione botanica sia Eurocentrica anche al di la di ogni ragionevolezza.
 
Per questo articolo ringraziamo Massimo Luciani, dottore in scienze ambientali, e la pagina facebook Etnobotanica

Il bagolaro: l’albero tuttofare giunto quasi all’oblio

IL BAGOLARO (Celtis australis L.) è un albero deciduo della famiglia delle Cannabacee (anticamente collocato fra le Ulmacee) noto anche come “spaccasassi” perché il suo possente apparato radicale è capace di svilupparsi in terreni sassosi.

È una specie autoctona, presente in tutta Italia anche allo stato subspontaneo in siepi e boschetti presso gli abitati, al di sotto della fascia montana. Esistono inoltre una specie alloctona, il bagolaro occidentale introdotto dall’America settentrionale nel Diciannovesimo Secolo, ed una sottospecie autoctona, il bagolaro di Tournefort (Celtis tournefortii Lam.) che cresce esclusivamente sulle pendici dell’Etna.

Il bagolaro ha un areale che si estende dal Mediterraneo fino alle zone basse del Nepal. Di fatto, la maggior parte della letteratura scientifica disponibile su questa specie riguarda l’uso medicinale e quello foraggero che ne fanno le popolazioni dell’Himalaya. Nella letteratura scientifica occidentale si trovano solo riferimenti generici.

Un albero dai mille utilizzi

Il bagolaro comune viene frequentemente coltivato come pianta ornamentale soprattutto lungo le vie perché resiste all’inquinamento e cresce su qualsiasi tipo di suolo, anche coperto dal manto stradale.

Eppure si tratta di una specie con grande potenziale produttivo, in grado di fornire numerosi prodotti utili e anche servizi ecosistemici:

  • È una specie frugale, comune sulle rupi e sui ruderi, che si presta bene all’utilizzo per il rimboschimento di pendii aridi.
  • Il suo fogliame è un ottimo foraggio avente il 18% di proteine (1). Gli estratti alcolici delle foglie hanno proprietà antimicotiche e antimicrobiche (2).
  • fiori sono melliferi e sbocciano in aprile, precisamente quando le api ed altri insetti pronubi ne hanno più bisogno.
  • Le sue drupe (Foto 1), oltre a fornire nutrimento all’avifauna, sono commestibili (tradizionalmente venivano utilizzate per la preparazione di una confettura e di un liquore). Se consumate fresche, sono fonte di fibra alimentare, antiossidanti e vitamine (2, già citato).
  • semi legnosi delle drupe contengono un olio simile a quello di mandorle dolci, composto al 73% da acido linoleico, fonte di Omega 6 (3). Il metilestere (biodiesel) estratto da questo olio ha proprietà antibatteriche (4). I semi delle drupe venivano impiegati in alcune aree del Mediterraneo per fare rosari, da cui il nome locale di “albero dei rosari”.
  • Il legno, chiaro, molto resistente ed elastico, è impiegato in falegnameria per lavori al tornio ed è un ottimo combustibile, anche per la preparazione di carbone. Si tratta di un legno molto compatto: la sua densità al momento del taglio è pari a 960 chilogrammi/m3; dopo la stagionatura (12% di umidità) si stabilizza a 720 chilogrammi/m3 (Indicazioni pratiche per i controlli sui tagli colturali dei boschi in Regione Lombardia, pagina 35). Il suo Potere Calorifico Inferiore è 3,98 kilowattora/chilogrammo, la qualità della legna è equivalente a quella del faggio.
  • Anticamente, dalla sua corteccia veniva ricavato un pigmento giallo utilizzato in tintoria e per conciare le pelli.

La coltivazione e lo sfruttamento del bagolaro

Il bagolaro si riproduce bene da seme. Il seme può essere piantato appena il frutto è maturo, oppure sottoposto a due, tre mesi di stratificazione a freddo per essere piantato a fine inverno. Il tasso di fertilità in genere supera il 70%. Alcuni studi condotti in India suggeriscono che un pretrattamento in acqua bollente seguito da 48 ore di macerazione in acqua accelera la germinazione.

I semi vengono piantati in filari distanziati 20 centimetri, con 2,5 centimetri di spazio fra semi e 2 centimetri di profondità e coperti da pacciamatura. Il letto di semina va tenuto umido per un mese, a questo punto si selezionano le piantine più vigorose, lasciando una distanza finale fra piante di circa 50 centimetri. Le piantine si possono mettere a dimora dopo cinque mesi.

È anche possibile propagare il bagolaro mediante talee trattate con Iba in concentrazione di 3mila milligrammi/litro; mediante tralci di radici, estratti da piante di due anni di età e collocati in vasi con torba e sabbia; e anche mediante margottatura (5).

La sua spiccata capacità pollonifera fa di questa specie la candidata ideale per lo sfruttamento a ceduo, con densità da cinquecento a mille piante per ettaro. Il turno di ceduazione va da un minimo di cinque, dieci anni per paleria (6), tipicamente 12 anni per legna da ardere, mentre le capitozze richiedono un turno di tre, cinque anni. Se coltivato ad alto fusto, per la produzione di legno pregiato, il turno di maturità va da quaranta a cinquanta anni.

Non sono stati trovati dati di produttività di legna relativi a questa specie, probabilmente per il fatto che essa viene coltivata a scopo ornamentale, o cresce in associazione con altre specie. È certamente un argomento che meriterebbe ricerche approfondite, soprattutto in considerazione della considerevole massa ipogea di questo albero, che consentirebbe simultaneamente la produzione di legna da ardere e un importante accumulo di carbonio nel suolo, nell’ottica dei futuri incentivi alla carbonicoltura attesi entro la fine di questo anno.

I punti deboli del bagolaro

Nonostante la sua longevità (cinquecento, mille anni), le dimensioni che può raggiungere (tipicamente 20 metri, fino a 30 metri negli esemplari monumentali), la capacità di crescere su suoli aridi e la tolleranza alla siccità, il bagolaro ha alcuni punti deboli che possono compromettere la sua sopravvivenza (5, già citato):

  • La sua corteccia è molto sottile, per cui teme gli incendi boschivi.
    È una specie termofila, capace di resistere ghiacciate occasionali, ma che teme inverni troppo rigidi.
  • Cresce bene con precipitazioni annue nell’intervallo da 1.200 a 2.500 millimetri, tollera la siccità ma non il ristagno d’acqua.
  • È una specie eliofila, quindi non si sviluppa bene all’ombra di altre piante a più rapido accrescimento (ad esempio la robinia). Si abbina bene in siepi con berretta del prete (Euonymus europaeus), ligustro (Ligustrum vulgare) e rovo selvatico (Rubus ulmifolius). Nei cedui misti (6, già citato) troviamo il bagolaro assieme a: nocciolo (Corylus avellana L.), betulla (Betula pendula Roth), ontano bianco (Alnus incana (L.) Moench), pioppo tremolo (Populus tremula L.), ontano nero (Alnus glutinosa (L.) Gaertner) e ontano napoletano (Alnus cordata Loisel.).
  • Fra le malattie che possono colpirlo si segnalano alcune virosi che provocano microfillia ed arricciamento fogliare, con maculature giallastre e formazione di bolle, oltre che riduzione dello spessore. Sempre a causa di virus si ha talvolta la formazione di “scopazzi”, rami affastellati e di spessore ridotto. Fra i funghi parassiti, l’ascomicete Taphrina celtidis si manifesta con chiazze grigio brune sulla pagina fogliare.

LA GRAMOLATURA DEL LINO

ANTICHE ARTI E MESTIERI

LA GRAMOLATURA DEL LINO. Questa fase del ciclo del lino si svolgeva ad inizio autunno, in ottobre o novembre, quando i gravosi impegni estivi della famiglia contadina erano ormai terminati.

Operazione preliminare alla gramolatura era la battitura delle mazzette.

Le mazzette di pianticelle di lino provenienti dal campo venivano battute con un mazzuolo di legno su un ceppo, per far cadere i semi.

I semi, ripuliti dalla pula con un vaglio o un setaccio, venivano riposti per la successiva stagione di semina e in parte utilizzati per i cataplasmi della farmacopea casalinga.

Dopo di che, in ottobre/novembre si portavano le mazzette alla gramola, un fornello costruito apposta per completare l’essiccamento delle piante erbacee come la canapa ed il lino.

Il fornello in pietra veniva scaldato con molta legna e quando era caldissimo si toglievano le braci e la cenere. Doveva essere ripulito con molta cura, una brace dimenticata poteva incendiare tutto il raccolto.

Dopo alcuni giorni si toglieva il lino dal forno e lo si “sfibrava” con la gramola, un attrezzo in legno pensato per separare le fibre pestando con forza.

Con un altro attrezzo in legno, una specie di pettine con i denti in ferro, si separavano le fibre tessili dalle fibre legnose: il lino vero e proprio e la stoppa.

L’aspetto del lino dopo la gramolatura e sfibratura era del tutto simile a quello della lana dopo la cardatura. La fase di lavorazione successiva era la filatura.

Queste operazioni di affinamento potevano ripetersi più volte, ottenendo via via una massa grezza di qualità sempre più fine, adatta ad ottenere filati sottili e resistenti anzichè grossolani e deboli.

By ARGONAUTA: Legolas

PARLA ALLA TERRA, LEI TI INSEGNERA’

Prima dell’introduzione alla letteratura e ai numeri, alla filosofia e alla storia; prima di apprendere le abilità della comunicazione attraverso la parola scritta, e acquisire la capacità di interpretare gli scritti delle grandi menti a livello mondiale; prima di sviluppare una qualsiasi cognizione di educazione e civiltà, ogni individuo è prima di tutto un figlio della Terra.

Ognuno possiede delle necessità peculiari e del tutto naturali che devono essere soddisfatte appieno per garantire una sana sopravvivenza e raggiungere con successo l’età adulta. Di fatto, un bambino alla nascita non è molto diverso da ogni bambino nato prima di lui dall’inizio dei tempi.
Persino in quest’epoca moderna di rapido sviluppo tecnologico, di economia del profitto, di nuclei familiari isolati, ogni nuovo nato richiede le stesse identiche cure essenziali che erano necessarie ai nostri antenati: nutrimento, attaccamento fisico ed emotivo, affetto, calore e sicurezza. Man mano che i bambini crescono, questi bisogni restano ancora fondamentali, e si scopre di continuo come i piccoli rispondano meglio, e con esiti felici, a una vita familiare sana e a lunghi periodi di tempo trascorsi in grandi spazi all’aperto.
Esistono lezioni indispensabili, che ogni bambino deve apprendere per poter vivere una vita sana, e che nulla hanno a che vedere con la cultura moderna o con gli studi accademici, ma che è possibile ricevere solo a contatto con la Natura.
Non è affatto nuova l’idea che i bambini abbiano bisogno di lunghi e indisturbati periodi di tempo da trascorrere nella Natura per poter crescere e prosperare. Il concetto che la salute fisica e intellettiva si realizzi a contatto col mondo naturale è un filo rosso che lega gli scritti dei migliori educatori e filosofi della storia. Persino i più grandi maestri del mondo, nei loro programmi si sono sempre avvalsi della Natura per insegnare molte fra le lezioni più importanti nella vita.

Sembra, d’altronde, che con il procedere delle generazioni questo tipo di saggezza vada sparendo, e dimentichiamo sempre più di affidarci alla Natura come migliore maestra per i nostri figli.

Per un bambino piccolo, non ancora in grado di apprendere dalla pagina stampata o di sostenere la routine scolastica, la Natura è una fonte infallibile di divertimento e istruzione.” (Ellen G. White)
Mettiamo fretta ai nostri figli, li spingiamo a bruciare le tappe nella convinzione che debbano costruirsi una biblioteca interiore di conoscenze pratiche e teoriche non appena mostrano di poterne afferrare i concetti.
Li iscriviamo, ancora piccolissimi, a corsi di musica, storia, lingue straniere. Facciamo loro da autisti accompagnandoli a nuoto, a danza e karate. Riempiamo il tempo che resta e le fine settimana libere con altre attività analoghe: gite allo zoo, ai musei, agli edifici storici, a mostre e rappresentazioni; elaboriamo liste mentali di ciò che i nostri figli hanno fatto e potrebbero fare, e ci sentiamo soddisfatti quando sono in grado di rispondere in modo corretto alle domande o recitano che è una delizia.

Per quanto tali attività, di fatto, contribuiscano alla creazione di un bagaglio completo di conoscenze, e possano, nei giusti contesti, favorire un amore genuino per l’apprendimento, da sole non hanno la forza di ergersi a colonna portante dell’educazione. Una solida educazione non si fonda, in definitiva, sulle abilità e sulle conoscenze acquisite attraverso corsi e lezioni. Il suo fondamento è, invece, negli istinti, nelle esperienze, nella nostra relazione con il mondo, e tutta la restante educazione non fa che riposare su questa base, dalle cui caratteristiche trae forza e respiro.

Ciò detto, il tempo trascorso nella Natura è senza dubbio il modo migliore di preparare i bambini per qualsivoglia apprendimento futuro. Potrebbe sembrare un atto di pigrizia, se non addirittura una grave privazione, il non iscrivere i propri figli a corsi e lezioni appena ci sembrino grandi abbastanza, e permettergli, invece, di scorazzare liberi e indisturbati per ore all’aria aperta seguendo le avventure che detta loro l’impulso. In una cultura focalizzata su ogni singolo risultato raggiunto dai suoi membri, persino quelli più piccoli, è facile comprendere un simile timore. Tendiamo a credere che se i nostri figli non iniziano a imparare e affinare tutta una serie di abilità e conoscenze utili, a volte a partire persino da quando imparano a camminare, resteranno indietro rispetto ai coetanei, e più tardi, nella vita, soffriranno gravi privazioni e battute d’arresto.

Esiste, tuttavia, una prospettiva alternativa: se un bambino perde le lezioni apprese sotto l’egida amorevole della Natura, in realtà avrà perduto esperienze e conoscenze virtualmente impossibili da recuperare. “Più è semplice e tranquilla la vita del bambino, più libera da stimoli ed eccitamenti artificiali e in armonia con la Natura, più il vigore fisico e mentale, nonché la forza spirituale, ne trarranno giovamento” (E. G. White).

Se un’infanzia trascorsa con semplicità, in armonia con la Natura, contribuisce al vigore mentale e alla forza fisica, allora, forse, le esperienze naturali dovrebbero avere la precedenza rispetto a tutti gli altri “corsi” e “lezioni”. Il tempo trascorso all’aperto regala ai bambini esperienze che non possono essere riprodotte con facilità altrove. Il primo di questi doni è la pura felicità della fanciullezza. La felicità negli anni formativi si trasforma per l’adulto in cari ricordi dell’infanzia; tali ricordi contribuiscono in maniera determinante anche alla felicità nell’età adulta. Così come per gli adulti è più facile che i propri sforzi vengano coronati dal successo se si è felici, anche i bambini contenti hanno molte più probabilità di successo in tutte le attività scolastiche e negli apprendimenti formali. Promuovere la gioia infantile dovrebbe essere uno dei primi indispensabili passi da compiere per preparare i nostri figli all’educazione accademica. Esiste modo migliore di garantire una tale felicità che non sia quello di concedere ai bambini la libertà di trascorrere tutto il tempo che desiderano all’aria aperta, dove hanno agio di sognare, giocare e osservare la Terra muoversi attraverso i cicli naturali? Il senso degli spazi liberi che si sperimenta all’aperto, in paesaggi ampi, contribuisce al sano sviluppo del bambino molto più di quanto non si creda. I bambini hanno bisogno di luoghi dove allargare le braccia senza dover fare i conti con i confini di pareti o barriere; dove correre senza il timore di ostacoli improvvisi; hanno bisogno di sentirsi liberi in spazi dove sia possibile estendere lo sguardo per miglia all’intorno e verso l’alto senza che la vista sia impedita da profili metropolitani. Questa libertà spaziale crea un senso di pace nel cuore e nella mente dei fanciulli. Sensazioni del genere dovrebbero essere un elemento naturale del loro temperamento.

È facile rinchiudersi dentro edifici e veicoli, cosicché al posto della vasta sensazione di pace sperimentata negli spazi aperti e selvaggi, i nostri figli crescono abituandosi alla sensazione innaturale di essere tenuti chiusi e confinati. Non c’è da meravigliarsi che ci si trovi a dover fare i conti con atteggiamenti recalcitranti, irrequieti e problematici da parte dei bambini, o a dover combattere, spesso senza tregua, quando arriva il momento di introdurre l’apprendimento delle materie scolastiche.
Si dice…’è crudele tenere animali tanto grandi in un appartamento di città’, ma parliamo di cani, mai di persone, che sono ben più grandi e molto più sensibili all’ambiente che le circonda”. (Jean Liedloff, vedi bibliografia)

Di solito è da adulti che iniziamo ad anelare in modo consapevole a un sentimento di pace mentale e libertà; e se da bambini abbiamo potuto vivere in modo così libero e sconfinato, il senso di libertà che ne deriva rappresenterà uno dei nostri ricordi d’infanzia più cari. Del resto, un bambino considera la vera felicità come puro divertimento; la libertà di movimento e la percezione dell’assenza di limiti spaziali sono un semplice corollario alla gioia provocata dal gioco libero e indipendente. Risate, avventure, emozioni e creatività caratterizzano alcuni dei ricordi preferiti dei nostri giochi d’infanzia. “Il gioco è la fase più alta dello sviluppo infantile…è la più pura e la più spirituale delle attività umane in questo stadio evolutivo.” (Friedrich Froebel). E non può essere svilito inserendolo nella lista delle attività importanti per i bambini. Il divertimento fine a se stesso è un aspetto cruciale della crescita e ogni volta che sia possibile il gioco dovrebbe essere fatto all’aperto.

I bambini fioriscono se hanno la possibilità di giocare liberi all’aperto; l’immaginazione prospera, il senso di coraggio si rafforza, le sensazioni di pace diventano stati mentali naturali. I genitori dovrebbero incoraggiare il gioco a contatto con la natura eliminando dagli impegni quotidiani e settimanali tutti quegli obblighi non necessari che costringono a stare al chiuso. Possiamo lasciare alla Natura alcuni degli insegnamenti che in qualità di genitori tentiamo disperatamente di inculcare loro. D’altronde, la Natura sa affrontare con indicibile grazia anche gli argomenti più spinosi. Non dovremmo esitare nel rivolgerci alla Terra e fare affidamento su di lei come maestra, guida e compagna dei nostri figli.

Permettere alla Natura di prendersi la responsabilità di insegnare alcuni degli aspetti più delicati della vita è una delle cose più sagge e avvedute che un genitore o un insegnante possano fare.
Le lezioni apprese dalla Natura vengono impartire con dolcezza e i bambini sono in grado di assorbire e accettare i meccanismi del mondo con facilità e innocenza.
Quando si vive il mutare delle stagioni, il fluire e rifluire della natura selvaggia, non solo osservandoli da una finestra o nei libri, ma facendone esperienza diretta con tutti i sensi, allora la comprensione dei cicli vitali e delle leggi di natura arriva con facilità. Accompagnano questa comprensione virtù che è quasi impossibile insegnare solo attraverso la spiegazione.
Guardare come la Terra rinasce dalla distruzione del fuoco ricoprendo le aree danneggiate con fiori variopinti. Osservare la semplice tenacia degli umili, e come a centinaia lavorino insieme in comunità. Notare la dedizione delle madri che si danno senza distrazione al nutrimento dei piccoli. La Natura offre strumenti di comprensione che possono guidarci attraverso le sfide più ardue della vita.
“Mamma, la Verga d’oro è morta!”.
“No, tesoro, si è solo fermata per produrre i semi, crescerà di nuovo, si moltiplicherà e si diffonderà, sempre bella come quest’anno.”
Sentendo questo, il bambino esamina la pianta, ormai gialla e avvizzita, e capisce intimamente un aspetto della vita e della morte che non può essere insegnato o spiegato con maggior efficacia in nessun altro modo. L’onestà, la perfezione dei dettagli, la relazione di causa- effetto, sono tutte lezioni che la Natura si offre di insegnare ai nostri figli, se solo gliene viene data l’opportunità. “L’Effetto segue la causa con infallibile certezza… in Natura non può esserci inganno”. (Ellen G. White)

Insieme alla sensazione intrinseca di spazio e libertà, un’infanzia trascorsa a contatto con la natura insegna virtù che si ergono ben al di sopra degli onori tributati ai successi culturali, e su cui si fonda una vita realizzata appieno. Oltre alle lezioni importanti e delicate che la Natura insegna, il tempo trascorso all’aperto prepara i bambini allo studio delle “materie scolastiche”, in modo unico e organico. Quasi ogni argomento di quelli che si possono apprendere sui libri si può affrontare, in prima battuta, grazie all’osservazione del mondo naturale. Se i bambini riescono a operare dei nessi fra ciò che è scritto nei libri e le esperienze della vita reale, la conoscenza si arricchisce, l’apprendimento si fa più interessante.

È possibile, ad esempio, utilizzando immagini, libri e dimostrazioni astratte, insegnare che le formazioni nuvolose che si accavallano a forma di montagna indicano l’arrivo di una tempesta, ma si tratta di un fatto ovvio, persino per un bambino, quando ci si trova sotto un cielo in tempesta. Possiamo stare ore davanti a un prisma di vetro e tentare di spiegare la scienza dei colori e della luce partendo da zero, ma si tratta di una lezione che è molto più facile imparare se il bambino riconosce, grazie all’esperienza, le condizioni che creano un arcobaleno. È meraviglioso ascoltare un bambino che contraddice informazioni errate, non con risposte del tipo: “l’ho letto o l’ho sentito da qualche parte”, bensì con l’affermazione: “so che è sbagliato perché l’ho visto con i miei occhi“. In questo modo la conoscenza si fonda davvero sull’intelletto, sull’esperienza e sull’istinto, e questo solo grazie alla libertà che è stata offerta di godere degli spazi aperti.

Forse, il dovere di una madre è di assicurare ai propri figli un tranquillo periodo di crescita, sei anni pieni di vita ricettiva e passiva, trascorsa per lo più all’aria aperta”. (Charlotte Mason, vedi bibliografia).

Bisogna ammettere che nelle società odierne è davvero difficile trovare tempo e spazio a sufficienza per offrire ai nostri figli un’infanzia all’aperto. Per molti di noi, tutto questo sembra meraviglioso ma inattuabile. E quando Charlotte Mason prosegue la sua riflessione affermando: “… lunghe ore dovrebbero stare all’aperto; non due ma quattro, cinque, sei ore in media ogni giorno, da aprile a ottobre“, molti genitori sospirano affranti. La maggior parte di noi vive in aree suburbane o in città con piccoli giardini e cortili che sono quanto di più vicino alla natura si possa sperare di avere. Per offrire ai nostri figli l’opportunità di correre e esplorare dovremmo metterci in viaggio, lasciandoci alle spalle tutte le incombenze quotidiane e domestiche. È una sfida riunire i più piccoli per questo genere di uscite. Ciò nonostante, forse vale la pena di fare un tentativo e modificare la nostra routine quotidiana. Vale senz’altro la pena cercare, per quanto è possibile, di inserire nelle nostre giornate del tempo da trascorrere all’aperto. Del resto, se i nostri figli hanno bisogno della Natura come maestra, forse noi ne abbiamo altrettanto bisogno per trarne forza e ispirazione, come genitori e mèntori. Il tempo trascorso nella Natura non ha prezzo. È un tempo che non dovrebbe essere strutturato, non ve n’è alcun bisogno. Sono ore che trascorrono con facilità per grandi e piccoli. Ci si può organizzare con un libro o un hobby portatile, e passare un pomeriggio all’ombra confortevole di un albero mentre i bambini giocano. Evitiamo lo stress di pianificare attività didattiche, e pregustiamo, invece, la semplice libertà dello stare all’aperto. “Insegnate meno e condividete di più” (Joseph Cornell, vedi bibliografia).

Lasciamo che i bambini costruiscano la loro relazione con la Natura per conto proprio, senza alcuna stimolazione artificiale; sforziamoci solo di condividere con loro lo stare nella Natura, e lasciamo a questa il compito di impartire ogni lezione. Se ci annoiamo, potremmo incentrare le nostre attività su cose che ci piacciono o ci tornano utili, e i bambini ci seguirebbero, starebbero accanto a noi e imparerebbero mentre noi lavoriamo. Fare giardinaggio, andare in cerca di frutti o piante commestibili, intrecciare cestini, arrampicarsi, campeggiare, osservare gli uccelli, creare mappe, pressare fiori, sono solo alcune delle dozzine di attività all’aperto che i genitori troverebbero utili, salutari e piacevoli. Mentre siamo con i bambini nel mondo della natura, potremmo trovare il tempo necessario a spiegare, indicare e osservare insieme a loro i diversi elementi che la compongono. Dovremmo sforzarci di rispondere all’invitante richiamo del selvaggio il più spesso possibile, adottando, quando è necessario, la filosofia degli entusiasti della Natura, quando dicono: “Non esiste il cattivo tempo, esistono solo cattivi vestiti“. I nostri figli hanno bisogno di stabilire una relazione con la Natura in ogni tempo e in ogni stagione.

Ho sempre creduto che dovremmo fare la conoscenza degli alberi finché siamo giovani, perché possono diventare gli amici di una vita”. (S. L. Bensusan, vedi bibliografia)

Prima di far conoscere ai nostri figli la letteratura e i numeri, prima di iscriverli a corsi e attività di qualsiasi tipo, prima di andare a visitare monumenti, fermiamoci un istante a riflettere se abbiano avuto tempo a sufficienza da trascorrere all’aperto. Hanno avuto la possibilità di stabilire una relazione con un albero? Hanno assistito con i loro occhi al mutare delle stagioni e hanno potuto osservare la vita e la morte nella Natura? Hanno sperimentato i mutamenti del tempo e ascoltato il diverso canto degli uccelli? Come i bambini nati in qualunque era precedente, anche i nostri figli hanno bisogni essenziali che possono essere soddisfati grazie all’affettività, al nutrimento, alle cure amorevoli e alla libertà negli spazi aperti. Ricordiamocelo, come genitori e come insegnanti, senza mai dimenticare quanto sia importante consentir loro di “parlare alla Terra”.

Or speak to the Earth and it shall teach thee: and the fishes of the sea declare unto thee” Job 12:8 King James Version
(“O parla alla Terra e lei ti risponderà: te lo racconteranno i pesci del mare.” Giobbe 12:8 Bibbia di Re Giacomo, n.d.t.)

Traduzione dall’inglese di Michela Orazzini, fonte: https://www.bambinonaturale.it/2013/07/importanza-educazione-natura/

L’articolo è stato pubblicato sul numero 52 della rivista omonima nel maggio/giugno 2012. L’autrice è Starr Meneely, pianista classica, moglie e madre amorevole. È cresciuta in Alaska dove è stata educata a casa, ha studiato musica e ha creato una piccola scuola di musica. Ha tre figli e cura un suo blog, “Taking Time”, all’indirizzo gentlemothering.blogspot.com

Bibliografia
White, Ellen G. Education. Boise, Idaho: Pacific Press Publishing
Association, 1903. Print.
Mason, Charlotte. Home Education. London, England: Kegan Paul,
Trench, Trubner and Co. Ltd, 1925. Print.
Liedloff, Jean. The Contiuum Concept. England: Duckworth, 1975.
Print.
Froebel, Friedrich. The Education of Man. Mineola, New York:
Dover Publications 1898. Print.
Cornell, Joseph. Sharing Nature With Children. Nevada City,
California: DAWN publications, 1998. Print.
Bensusan, S.L. My Woodland Friends. London: Blandford Press,
1947, Print.

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