ll dilemma della quinoa e non solo

Il monte sacro Tanupa veglia sui campi e pascoli. La leggenda narra che sia la madre dal cui latte sia nato il grande deserto bianco del Salar, ragione per cui il luogo è venerato religiosamente. “
Qua la Natura è tutto” spiega Caro, responsabile della FAO Bolivia, “la Pacha Mama, la Madre Terra, che ogni cosa ci offre e per questo deve essere rispettata”. 

Con questo poetico sentimento si conclude un interessante reportage de La Stampa che ci aggiorna sulla parabola della quinoa la quale, dall’essere un alimento pressoché sconosciuto e tipico delle Ande, si è diffusa rapidamente in tutto il mondo.

Grazie alle sue notevoli proprietà nutritive e alla sua elevata adattabilità ai terreni difficili, la quinoa è stata indicata dalla FAO e dall’ONU come una fra le possibili soluzioni alla fame nel mondo; per questo, nel 2013 si è deciso di celebrare l’ “Anno Internazionale della Quinoa” durante il quale ne vengono promossi il consumo e la coltivazione.
Questa forte spinta alla notorietà della pianta, tuttavia, ha generato delle conseguenze sugli equilibri sociali ed ambientali nelle zone d’origine, delle quali è bene parlare anche in vista di scelte alimentari etiche e sostenibili per l’ambiente.

Iniziamo quindi a conoscere meglio che cos’è la quinoa, da dove proviene e da quali proprietà è caratterizzata.
La quinoa è una pianta erbacea annuale originaria delle Ande, appartenente alla famiglia delle chenopodiacee, come gli spinaci ed altri vegetali comuni. È conosciuta fin dall’antichità e le sue origini sono da ricercare nella zona del lago Titicaca, dove sono stati trovati i semi più antichi che gli archeologi hanno datato e fatto risalire a circa 7000 anni fa. Per millenni è stata alla base dell’alimentazione delle popolazioni che abitavano le zone andine dell’America Latina, a cominciare dai Maya e dagli Incas che in lingua quechua la chiamavano chisiya, ossia “madre di tutti i semi”, proprio a sottolineare l’importanza rivestita da questa particolare coltivazione che, insieme all’allevamento ed al consumo di carne di camelidi quali alpaca e lama, permetteva di provvedere al sostentamento in buona salute delle popolazioni di queste zone. Qui l’elevata altitudine e la conseguente rarefazione dell’aria fanno aumentare notevolmente il fabbisogno calorico e di nutrienti dei quali la quinoa è particolarmente ricca: essa presenta un contenuto molto elevato di proteine, vitamina B2, B6, Zinco, Ferro e fibra, con la particolarità della totale assenza di glutine.

 Il primo europeo nella storia a parlare della quinoa, dei suoi utilizzi e dei metodi di coltivazione adottati dagli indios, fu il conquistador spagnolo Pedro de Valdivia. A seguito delle conquiste degli Europei ed all’avvento del cattolicesimo in quella che adesso è l’America Latina, l’uso della quinoa fu scoraggiato ai locali, anche in modo violento, in favore del frumento, simbolo del Cristo nell’Eucarestia, con l’intento tipicamente colonialista di far dismettere gli usi, la cultura, e le religioni locali.
Per fortuna, però, gli abitanti di quelle zone non cedettero alla pressione e, coraggiosamente incuranti dei divieti coloni, hanno conservato quest’inestimabile tesoro di biodiversità, scrigno di arcaiche tradizioni, fino ai giorni nostri. 

Negli ultimi decenni del ventesimo secolo, la quinoa è stata riscoperta e studiata anche alle nostre latitudini. Già nel 1978 Nature, famosa rivista scientifica, le dedicò un articolo intitolato: “L’antica risposta dei Maya alla mancanza di cibo“; ma il vero boom del consumo massivo di questo prezioso alimento si è avuto negli ultimi vent’anni, in quanto le sue proprietà particolari lo rendono un ottimo alimento per vegetariani, vegani, per l’alto contenuto di proteine, e per i celiaci essendo priva di glutine. 
Un’ulteriore impennata nella diffusione di questo prodotto è avvenuta successivamente all'”Anno Internazionale della Quinoa” che ha apportato enorme pubblicità e conseguente aumento del consumo, tale da mettere a rischio l’ecosistema e la salute delle popolazioni locali. 

Ecco quindi che torniamo agli aggiornamenti sulla situazione di queste zone, di cui parlavamo all’inizio, così ben descritte dal giornalista ambientale Emanuele Bompan che si è recato in Bolivia intervistando contadini, coltivatori ed istituzioni, riportando tutto nell’articolo della Stampa, dal quale si è preso spunto e del quale riportiamo qualche brano per capire lo stato attuale della situazione e delle soluzioni che si stanno attuando.

La corsa alla quinoa […] ha alterato notevolmente gli equilibri naturali e sociali. Prima la quinoa si coltivava sui pendii, mentre nelle piane erbose si allevavano camelidi, come il lama o anche l’alpaca […] Un coltivatore locale dice: «Tutti vogliono fare soldi coltivandola. Nessuno consuma più quinoa: è più conveniente venderla. Qua vengono tanti agricoltori improvvisati dalla città, prendono terreni, seminano e poi tornano dopo sei mesi per raccogliere tutto. Senza badare alla qualità, a quanto fertilizzante usano, alle misure per non far impoverire il suolo»”. 

Un problema laterale, ma di non minore importanza, è lo smaltimento dei rifiuti di queste improvvisate comunità agricole, che attualmente usano bruciare direttamente nei campi per poi miscelarne le ceneri, altamente inquinate da metalli pesanti, con il terreno di coltivo. 

“[…] Cosa succederà quando i prezzi della quinoa scenderanno? 

Paesi come il Canada, la Cina, gli Emirati, l’India, il Kenya e il Marocco e persino l’Italia stanno pensando di produrla a livello commerciale. 
Per le Nazioni Unite è “un’arma perfetta per sconfiggere la fame”, vista la facilità con cui si coltiva e l’elevato potere nutritivo. Però un incremento della produzione mondiale potrebbe avere impatti devastanti per la Bolivia. «Bisogna prevenire questo scenario di potenziale crisi», spiega Rómulo Caro, responsabile FAO Bolivia. […] Uno dei punti saldi per garantire la fertilizzazione sostenibile del suolo è la reintroduzione e il potenziamento dell’allevamento integrato dei lama.

Finalmente, grazie alla Cooperazione italiana del Maeci, Ministero degli affari esteri e della cooperazione internazionale, che ha colto in tempo il problema, si sta dando il via al progetto “Sistema Agroalimentare Integrato Quinoa/Camelidi”, implementato da FAO e dall’assiociazione non-governativa italiana ACRA-CCS, nella speranza di migliorare le condizioni di vita delle popolazioni locali e di salvaguardare la Natura dallo sfruttamento e dall’irreversibile inquinamento dell’ecosistema.

Eccoci alla fine di questo breve report che, pur lasciandoci sperare nella salvezza dei territori e delle popolazioni coinvolte nella “corsa alla quinoa”, può diventare anche un esempio su come i cambiamenti dei consumi legati alla globalizzazione possano influire sulla qualità della vita di tutti e ci induce a riflettere sulla necessità di essere attenti nelle nostre scelte quotidiane che per essere etiche, ma davvero etiche, vanno ben ponderate principalmente informandosi.

[argoname: Kripazia]

 

fonti:

La Stampa – Il boom della quinoa. Buona per la salute, non per le Ande – 05/2017
National Geographic – Voglia di quinoa – 03/2014
FAO – A contribution to global food security – 2013
Slow food – Ragionando sulla quinoa – 06/2013
Nature – The Inca’s ancient answer to food storage – 04/1978
Nuova Terra – La quinoa – consultato a 12/2018

“Essere madre? Che difficile!…”

“Ci sono vari motivi per cui non ci accorgiamo della bellezza e del mistero che ci circonda, io ne ho vissuti principalmente due. 
Il primo è che mi ero abituata a tutto ciò e quindi i miei occhi non erano più in grado di scorgere e il secondo, per conseguenza, che davo tutto per scontato. 

Questo è stato, fino a poco tempo fa, fino ad una manciata di mesi prima che nascesse mia figlia. 
Ho desiderato così tanto essere madre ed immergermi in questa avventura, che quando si è verificata mi ha necessariamente indotto a rivedere il mio modo di sentire, i miei pensieri e dunque le mie azioni. Come madre, sono consapevole che non potrò offrire anche a mia figlia l’infanzia verde e spericolata che ho avuto modo di vivere io. Solo ora mi rendo conto che quel mondo è andato perso lontano, si è reso inaccessibile, ma non per ciò ho intenzione di scoraggiarmi affatto. Sta alle mie forze mobilitarsi in direzione di cambiamenti utili a facilitare un ritorno a siffatte possibilità, sta a me farle sentire come la dolcezza e il rispetto per la natura, la propria casa, sia prima di tutto una questione di buon senso.

Non serve farne questione filosofica, cosa di per sé molto piacevole, ma occorre adesso agire concretamente. 
Mi sono inevitabilmente scontrata con i mille modi possibili di pensare alla realtà, a volte anche arrancando, ritrovandomi a circumnavigare nel vago ad occhi spalancati. 

In queste odissee ho scoperto, ad esempio, l’esistenza dei pannolini lavabili, usati normalmente da tante mamme. Non sono poi così complicati da gestire: basta un pizzico di buona volontà e si può persino risparmiare. Ho scoperto l’uso dei detersivi ecologici ‘fai da te’, e l’uso delle fasce portabebè che ti semplificano la vita.
Esiste un modo di occuparsi del proprio cucciolo che è molto simile a quello degli animali.    
Mi preoccupo di ciò che mangio, della qualità di ciò respiro, soprattutto ora che allatto, e di che cosa proporre a mia figlia tra giochi che la possono stimolare, una bella passeggiata sul lungo mare,… di come evitarle le inezie da tv, o le nevrosi da ciuccio. 
Non è questione di scappatoie, ma questa é un’esperienza magnifica ed implacabile al tempo stesso. Qui occorre imparare a buttare il cuore al di là dell’ ostacolo. 
Sto vivendo con attenzione e piena di premure, sto respirando a pieni polmoni e provando a guardare sempre da occhi nuovi.

Forse questo modo di approcciarsi alle cose può apparire arcaico, “poco tecnologico”, ma è ciò di cui soprattutto ora ho bisogno: di sentire e di far sentire alla mia piccola il contatto con la natura che è la mamma di tutte le mamme. 
Non lascerò che il timore di un fallimento possa farci mancare un’occasione di felicità”.

[argoname: Trix]

L’ambiente selvatico gravemente danneggiato dallo sfruttamento umano potrebbe invece essere una grandissima ricchezza

Lo sostiene il rapporto Living Planet Report 2018 del WWF (World Wildlife Fund), la pubblicazione biennale attraverso cui questo ente, in collaborazione con la Zoological Society of London, monitora lo stato di salute del pianeta, che -sappiamo- è seriamente compromessa dall’intervento dell’uomo. L’andamento dell’impronta ecologica umana è preoccupante: dal 1970 ad oggi è cresciuta del 190% e se procedessimo di questo passo nel 2050 solo il 10% del territorio rimarrà vergine. E’ perciò urgente che si cambi rotta e che il patrimonio naturale venga maggiormente tutelato.

l’Indice del pianeta vivente

Il report, pubblicato per la prima volta nel 1998, e giunto alla 20° edizione contiene un’analisi dettagliata dello stato della biodiversità globale e della vita animale. Ben 16.704 popolazioni di oltre 4.000 specie di mammiferi, uccelli, pesci, rettili e anfibi, ovvero tutti gli animali vertebrati del mondo sono state conteggiate. Ebbene, dal 1970 al 2014 le popolazioni di vertebrati risultano diminuite del 60 %, mentre sono 8.500 le specie a rischio di estinzione presenti nella Lista Rossa dello Iucn, l’Unione internazionale per la conservazione della natura. La responsabilità di questi danni ricade sull’agricoltura estensiva, responsabile di almeno il 75% dei casi delle estinzioni verificatesi dal 1500 ad oggi. «Altre minacce – sotttolinea il Wwf, citato in un articolo di Corriere.it – derivano dal cambiamento climatico, un fattore sempre più decisivo, dalle dighe, dalle miniere e dalle specie che, spostate da un’area all’altra del mondo, diventano invasive, facendo concorrenza e spesso imponendosi sulle specie autoctone». Il rapporto evidenzia ancora che il 20% della superficie delle foreste dell’Amazzonia è stato trasformato in soli 50 anni, mentre gli ambienti marini del mondo negli ultimi 30 anni hanno perso quasi la metà dei coralli.

L’appello ai leader

Da questi e da altri dati che riempiono le pagine del report scaturisce un accorato appello, o piuttosto un grido d’allarme, del WWF, che chiede agli Stati di impegnarsi per invertire questa tendenza di progressiva perdita della ricchezza della vita sulla Terra. Sarebbe necessario un “global deal” per la natura e le persone, con l’obiettivo non solo di preservare le risorse naturali ma anche realizzare una più equa distribuzione che consenta di garantire in modo sostenibile il nutrimento ad una popolazione che aumenta, limitando il riscaldamento globale a 1,5° C, e ripristinando gli ecosistemi, oggi seriamente compromessi.

Il “Pil” della natura

Infine, il documento contiene la stima del valore degli ambienti naturali: essi ci offrono globalmente, prodotti e servizi che possono essere valutati circa 125.000 miliardi di dollari, una cifra che sopravanza di molto il prodotto globale lordo dei Paesi di tutto il mondo, che ammonta invece a 80.000 miliardi di dollari. In buona sostanza, l’ambiente naturale sarebbe il nostro migliore business se solo volessimo farlo fruttare correttamente. «Il mondo ha bisogno di una road map dal 2020 al 2050 con obiettivi chiari e ben definiti — commenta Donatella Bianchi, presidente di Wwf italia —. Va messo in campo un set di azioni credibili per ripristinare i sistemi naturali e ristabilire un livello capace di dare benessere e prosperità all’umanità». E Marco Lambertini, direttore generale di WWF International: «Oggi abbiamo ancora una scelta. Possiamo essere i fondatori di un movimento globale che cambia la nostra relazione con il pianeta per garantire un futuro per tutti. Oppure possiamo essere la generazione che ha avuto un’occasione e l’ha fallita. La decisione è solo nostra».

 

[argoname: Abbondio]

Liberamente ispirato e tratto da:  https://www.corriere.it/animali/18_ottobre_30/40-anni-abbiamo-fatto-scomparire-60percento-animali-vertebrati-ed-ecco-perche-rischiamo-anche-noi-fba41962-dc27-11e8-8bd6-c59ffaae6497.shtml

Fenomenologia dell’essere domestico e dell’essere selvatico: differenze di habitat e di extinguishment

Domestico e Selvatico: parliamo di una distinzione che è fondamentale per una visione più responsabile della nostra realtà quotidiana ed esistenziale.

Se l’avvento dell’addomesticamento ha prodotto un cambiamento radicale negli animali che lo hanno subìto, non meno importante è stato il cambiamento che esso ha indotto negli umani. L’addomesticamento è stato, insieme all’agricoltura, uno dei primi atti propriamente detti “culturali”.

“E’ accertato che a partire dal tardo Neolitico l’emergere del fenomeno urbano e delle civiltà antiche furono connessi e promossi dallo sviluppo dell’addomesticamento. […]
Andò originandosi per questa via un doppio reciproco condizionamento: piante e animali addomesticati incisero fortemente sull’evoluzione biologica e culturale della nostra specie, che divenne a sua volta il principale fattore ambientale, la forza che orientò l’evoluzione delle specie domestiche. […]
Sebbene trasformato, questo doppio legame persiste ancora oggi.”
(Fasolo, A. Dizionario di biologia, UTET, Torino, 2003: 8-14)

Lungo un cammino millenario, le comunità umane sono passate da un atteggiamento di predazione non razionalizzata (da ratio: misura, calcolo) delle risorse naturali, dalle quali prelevava a seconda delle occasioni ed opportunità, per approdare alla definizione di un rapporto più complesso con l’ecosistema, nonché ad una delle forme più condizionanti di domesticazione: l’allevamento claustrale (o in cattività), dove l’animale è mantenuto in condizioni di immobilità in ambienti completamente artificiali per tutta la durata della sua vita (Masseti, 2008).

Nella relazione che esplicitavamo con la complessità della natura, l’introduzione delle pratiche di addomesticamento ha alterato la catena della vita in almeno due modi:
condizionando le differenti funzioni svolte dalla biodiversità ed influendo quindi sull’integrità dell’evoluzione organica;
plasmando intrinsecamente la formazione della cultura stessa, con ripercussioni incisive sul comportamento umano nei confronti degli animali ed estensivamente della natura tutta.

Che cos’è, precisamente, la DOMESTICAZIONE? Si tratta di un processo di adattamento ad una situazione di cattività, ottenuto attraverso pratiche di allevamento (controllo totale sulla riproduzione, sull’organizzazione territoriale e sulla fornitura di cibo, a scopo di profitto) che implicano alterazioni comportamentali, morfologiche e genotipiche, anche intergenerazionali, e quindi con implicazioni sull’evoluzione della specie. (Darwin, 1868; Clutton-Brock, 1977; Prince, 1984; Mason, 1984 Mainardi, 1992).

La domesticazione, infatti, in quanto processo di adattamento in un allevamento, implica l’intervento della ‘selezione artificiale’: la cura, l’alimentazione e la riproduzione non sono più operate per mano della ‘selezione naturale’, ma la sopravvivenza è assoggettata ai criteri dell’intervento umano.
Per attuare la domesticazione, infatti, l’uomo deve separare, totalmente o parzialmente, una popolazione vitale (in grado cioè di riprodursi) dai contingenti faunistici selvatici di quelle specie che formano oggetto di interesse da parte delle comunità umane (Davis, 1987). Ma ciò che caratterizza ancor più nel profondo il processo della domesticazione, secondo Meadow (1984), è che con essa l’uomo ha spostato il proprio interesse dalla preda “morta”, verso ciò che assicura, attraverso la selezione, il prodotto più importante dell’animale “vivo”: la sua prole; pratiche come l’inseminazione artificiale, il trasferimento di embrioni, l’incubazione artificiale, il miglioramento della dieta (Siegel in Hefez, 1975) operano in tal senso.

“Cronologicamente, le precondizioni che permisero la nascita dell’allevamento sono state fatte risalire alle ultime fasi del Paleolitico, quando nei territori boreali le bande di cacciatori umani dovettero contattare i branchi di lupi, anche essi, come gli uomini, organizzati gerarchicamente in funzione della caccia. L’uomo e il lupo evolvettero perciò, in stato di simpatria come specie sociali, dedite alla caccia e predatrici di grandi mammiferi. Anzi è verosimile che uomini e lupi cacciassero uno stesso tipo di preda e vi sono parecchie probabilità che l’uomo abbia potuto tenere presso di sé esemplari di lupo. […]
In principio, il legame con le prime specie allevate sarebbe stato perciò di natura non immediatamente economica, per diventarlo in un secondo tempo quando, anche grazie ad una migliorata conoscenza delle caratteristiche ecoetologiche di queste specie, l’uomo ne avrebbe tentato la gestione attraverso la riproduzione in cattività”.
(Fasolo, A. Dizionario di biologia, UTET, Torino, 2003: 8-14)

Gli animali selvatici, liberi in natura, preservano soprattutto due peculiarità distintive:
– vivono la curiosità con la diffidenza di chi si aspetta la trappola di un predatore, esercitando l’aggressività come uno degli strumenti atti a commisurare le circostanze;
– sono caratterizzati da poca variazione intraspecifica per rispecchiare le caratteristiche del tipico habitat di appartenenza: la loro pelle/pelliccia è strumento di difesa mimetica, ma anche elemento attrattivo per alimentazione ed accoppiamento.
E’ quindi la presenza di un habitat selvatico, coordinato ai cicli naturali, i suoi rischi e pericoli, a caratterizzare la vita selvatica dei suoi abitanti ed a preservare loro la capacità di vivere autonomamente in libertà.

Il termine che usiamo nella nostra lingua per descrivere lo status ‘selvatico’ non è arbitrario, in effetti: ‘selvatico’, ‘silvano’, ‘selva’, lo si ritrova nella radice proto-germanica sylf, da cui l’inglese ‘self’, al plurale ‘selves’.
Il termine ‘selvatico’ sigilla pertanto una rappresentazione della spontanea autonomia insita nella vita, differentemente dal ‘domestico’ che ne risulta invece privo, essendo uno status di natura interferita dalla cultura dominante e quindi eterodiretto. Gary Snider (2013), uno dei più rinomati esponenti dell’Ecologia del Profondo, ne analizza un aspetto interessante: “Selvaggio è una cosa che si prende cura di sé e che, in un certo senso è indipendente e libera da noi. Il selvatico è autodisciplinato.”
Del resto, risulta davvero emblematico che Leonardo da Vinci, Dante, Boccaccio, Petrarca,… pronunciassero salvatico’ invece di ‘selvatico, etimo preservatosi tutt’oggi nel dialetto toscano.

La forma di vita addomesticata, per contro, avendo stretto (suo malgrado o lusingata da facilitazioni) un “patto di sopravvivenza” con ciò che nell’ambiente originario avrebbe rilevato come suo concorrente e/o predatore, adesso identifica in esso la fonte della propria sopravvivenza, guardandosi da ogni possibile distaccamento.
Nella domesticazione si genera quindi un nuovo rapporto di dipendenza: non si è più vincolati direttamente dal proprio habitat di origine, ma si risponde primariamente all’interposizione di un nuovo padrone di vita (dal latino domus, casa; dominis, padrone). Raggiunto questo punto in poi, la libertà istintiva – contraddistinta da un orientamento dinamico dei propri fini che vengono continuamente rinegoziati (in genetica delle popolazioni, definita come selezione direzionale o diversificante) – diviene antitetica rispetto alla propria ‘garanzia di sopravvivenza’ –   la quale invece persegue un fine prestabilito (detta selezione stabilizzante o equilibrante, in genetica delle popolazioni) ed estraneo ai fini del sistema originario.
La selezione diversificante e quella equilibrante, entrambe presenti nell’autoequilibrazione dinamica dei sistemi, entrano in quello che potremo chiamare un ‘conflitto di interessi’, poiché iniziano a rispondere a due sistemi orientati verso fini differenti. Dissociando le proprie forze intrinseche, il sistema originario non può più alimentarsi e proseguire verso il fine originario.

Ne consegue che l’animale addomesticato viene riconfigurato a strumento di scopi e bisogni non più propri, ritrovandosi progressivamente più distante dalle sue necessità innate e distintive, generazione dopo generazione: la curiosità e la libertà non possono più trovare spazio; vengono favorite invece la docilità e l’obbedienza.
Sul piano morfologico e comportamentale, l’addomesticamento spinge alla comparsa di una maggiore varietà interna alla medesima specie, dovuta soprattutto al fatto che gli individui ad essa appartenenti riflettono il grado di diversità degli ambienti che li ospitano (Hall, 1993). Esemplificativi a tal riguardo possono essere la perdita dell’aspetto rustico del pelo che si adattava al terreno, la riduzione delle dimensioni per meglio adattarsi all’accoglienza umana, l’atrofizzazione di determinati organi, o l’incremento di atteggiamenti ossequiosi particolarmente apprezzati e ricompensati dagli umani.
È pertanto l’aspetto psicologico che accomuna fra loro gli animali domestici e li distingue da quelli selvatici, anziché l’appartenenza alla propria razza istintiva.
Il risultato? Il fenomeno conosciuto come perdita di biodiversità. La ripartizione naturale delle specie viene sostituita da una suddivisione tecnica artificiale, che porterà ad un numero di specie progressivamente inferiore, dovuto all’estinzione delle specie naturali.
Le nuove tecnologie lasciano intravedere l’evidente interferenza del modello domestico anche sugli attributi di genere. Da molti anni, numerosissime specie vegetali, tra cui il grano da cui noi tutti traiamo il pane delle nostre tavole sono state private del genere sessuale adottando tecniche di ibridazione e, in ultimo, manipolazione genetica, allo scopo di creare ‘individui perfetti’ in grado di soddisfare le specifiche di progetto. Sono vecchie di decenni le sperimentazioni atte a creare pollame non solo privo della capacità riproduttiva, ma persino della testa. L’attuale orientamento tecnologico ha portato alla sperimentazione di forme alternative di alimentazione, come la carne sintetica; da ciò parrebbe che la modalità riproduttiva sessuata sia una delle prime caratteristiche naturali a risultare sgradite alla selezione artificiale, la quale tenta con ogni mezzo di bypassarla.

Le uniche classi di animali di cui abbiamo nota, che si sono dimostrate suscettibili al processo di addomesticamento, sono i mammiferi e gli uccelli.
Ma cosa rende un essere vivente più addomesticabile di un altro? Quali caratteristiche lo espongono al rischio di allontanamento dal proprio lignaggio naturale, in favore di un lignaggio artificiale, eterodiretto, e perciò a lui alieno? Riferiamo all’etologo Hale (1969) per riassumere così i comportamenti-tipo che disvelano una predisposizione all’addomesticamento:
1. Socialità elevata: tendenza a formare grandi gruppi – piuttosto che una socialità a base familiare – caratterizzati dalla presenza di una struttura gerarchica commista di maschi e femmine dall’indole remissiva e non troppo paurosa, compensati dal ‘senso di sicurezza’ implicito nella socialità elevata.
2. Promiscuità sessuale: caratterizzata da irrilevanza dei generi e dei numeri
3. Precocità dell’intervallo generazionale: la velocità riproduttiva è favorita dalla ‘selezione artificiale’; la procreazione è esposta tuttavia all’incremento di patologie degenerative, a loro volta dipendenti anche dalla restrizione del proprio spazio vitale che tale tipo di socialità prefigura.
4. Scarsa territorialità: piccola distanza di fuga, assenza di competizione, promozione della mansuetudine e agilità limitata, funzionale a rendersi più facilmente reperibili e ricollocabili dall’allevatore.
5. Alimentazione “di poche pretese”, sotto il profilo qualitativo, per evitare di entrare in competizione con le fonti di nutrimento dell’allevatore, accettando di alimentarsi di qualunque cosa, persino se parzialmente tossica (es: dopo il rimessaggio invernale in stalla, dove le mucche ricevono come pasto un trinciato misto che può comprendere piante tossiche, tornate al pascolo in primavera necessitano di tempo per distinguere piante come la cicuta ed evitarla, giacché i suoi istinti naturali sono momentaneamente atrofizzati).

Negli ultimi anni è riapparso inaspettato il ritorno di alcune specie date per estinte. Esperimenti condotti hanno dimostrato che persino i maiali nati in cattività, se liberati e abbandonati alla natura selvaggia, riacquisivano progressivamente le competenze e persino le caratteristiche fisiche perdute. Ne consegue un ampio motivo di riflessione circa ciò che, da forse molto tempo, giace atrofizzato nelle nostre profondità. Noi, quali compartecipanti al regno animale e parte dell’infinito e misterioso ciclo della natura, potremmo dunque detenere un tesoro trascurato, quanto forse salvifico.

 

[argoname: Wildka]

ARGO-logy

Nomen Omen: ARGO

Why the name ARGO to the project?

To tell the truth, it was the very name which made us choosing it.
We were walking along the Greek lands, in the air we could breath a meaning that wanted to be pronounced. So we looked at each other and this sense was clear: “Eyes wide open, vigilant, to remain faithful“.

So we called it to life: ARGO, and it became a project.

The references connected to “Argo” are quite explicit in our mind, but investigating deep and far they are discovered to be wider than expected.

Almost all of us heard about Argo the dog of Ulysses, famous when young for his strength and speed in hunting, but more popular in our memories as a symbol of loyalty and of the quiet patience that characterizes an unmovable affection.

This creature, after waiting for twenty years, just  before letting himself die, was able to recognize his master as he passed by  even behind the clothes of a beggar, when returned to Ithaca. They did not need many gestures to understand each other:

“[Argo] waved his tail
and let his ears fall back; but now he could not
get closer to his master. And Odysseus
he looked away and wiped a tear
without being seen by Euméo “
(Odyssey, XVII)

ARGO is also the ship of the Argonauts, the first ship which sailed unexplored seas thus accomplishing something that, in the far echoes of time, was seen as a wickedness: the arrogance inherent in such navigation was felt almost as an act of hubris against the deities.

It was like challenging them!

“The mythical tales were formulated to veil and at the same time to inform those who had open “the eyes of wisdom”. […] “
“The commander of the legendary ship Argo is Jason, or Jona of the Trojans, Jon of the Scandinavians, Ganesha of India, the Sun. Among the Egyptians the rising sun was Osiris […]. Jason is Osiris, the Sun1.

The author is not entirely wrong. Who, if not the Sun, could guide or show the way in sailing the nocturnal seas of the unknown?

The deities, however, have been compared by different studies to “thought shapes” that defile man and which, in order to preserve themselves, do not accept being overridden by other understandings of reality.

And so the deities would manifest themselves in the human mind as a blind and despotic predisposition to imprint their own “unit of measurement” to reality. Acting like spells, these deities filter reality perceptually, even manifesting themselves as psychisms.

Argo” seems instead to refer to the “divinity” understood as the virtue of the human soul, a characteristic to be conquered; etymologically it is linked to the proto-Indo-European root “arj” / “arg” which evokes the shining of impeccability, and in Sanskrit it becomes arjunas (or argunas): shining white, brilliant; hence the name of the Indian Epic hero “Arjuna”, “the pure one”.

More specifically, “arj” meansto go addressed [ar] straight forward [j]”.

Traces of this etymology can be found in the Greek adjective ἀργός which means “of a brilliant, dazzling white”, as well as “fast, quick.” In Italian, in fact, we have deduced terms such as: arguire (to argue), argomento (argument), arguzia (witt), argento (silver), argilla (clay).

Under the heading ‘Arguire’ (to argue), the italian etymological dictionary “Vocabolario Etimologico della Lingua italiana” (Piangiani, 1907), specifies this origin:

“from the stem ARJ = ARG’; to be understood as to shine, (Sanskrit: ARGUNA, clear) whence the consequence to make clear, to highlight, very homogeneous to the original meaning to prove with evidence, with fine reasoning, attributed to Arguire and nowadays transfused in the Italian Argomentare (to discuss reasoning), (see: Argento, silver)”.

Everything originates from the city of Argos, in the Argolis, inhabited by the Argives (later known as Achaeans), founded by Argos, King of Peloponnese, from whom it takes its name. Argos was the son of Zeus and brother of Pelagos, and his successor is another mythological presence, perhaps less known, but probably for which to honor, so named his dog Ulysses.
To enrich the nuances that the name ‘Argo’ carries with him, and to testify that “owning the eyes of Argo” means to be discerning, we have to talk about Argos Panoptes, a gigantic prodigious being with a hundred eyes pointed in all directions and a great strength.

“Argos of the hundred eyes, the Panoptes which sees everything. […] Its greatest renown comes from the miraculous cleverness he was provided by. […] Argos of the hundred eyes is the Vigilance over all things, everything is noticed, whether you look at the innocence, or you spy and discover the evil. […] The poets will say that one hundred eyes shine on the Argos’ forehead: Morpheus could never close them all at once; if fifty of them yield to his presence, the other fifty open and watch. […] [Considered for this the exemplary guardian], at his death Juno scattered the one hundred eyes of Argos on the tail feathers of the peacock.”
(Tasso, G.  Enciclopedia italiana e dizionario della conversazione: opera originale, Vol. 2. Venezia, 1838)

 

And so, ARGO starts from these inspirations.
Among so many myths, who can say maybe one of them is fidgetting whithin us? Hope it could give us new intrepid boldness to face our challenges.

 

¹ fonte: MITI STORIA VELATA LIBRO VI GIASONE E GLI ARGONAUTI, di Vincenzo Pisciuneri

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