Il miele di Tajinaste e api nere di Tenerife

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Il miele di Tajinaste è considerato una rarità dell’agricoltura.
Originario dell’isola di Tenerife, e uno dei tanti prodotti inconsueti che si possono trovare alle Canarie, con una caratteristica dolcezza e virtù molto particolari.

Il Tajinaste è una specie endemica che si trova esclusivamente sull’isola di Tenerife, in particolare nelle vicinanze del vulcano dormiente Teide. Questa specie, la tajinaste rossa, è stata scientificamente chiamata Echium wildpretii, chiamata anche “Sangre del Teide”.

Arbusto che produce anche una sorta di piccola rosa lanceolata che forma un cono, che può raggiungere i 3 metri di altezza diventando decisamente spettacolare agli occhi dei visitatori.

Si trova esattamente nel nord-est dell’isola e il suo nome deriva dalla lingua guancia “tainast” che significa “aculeo”. Il motivo è probabilmente da attribuirsi al fatto che le api lo adorano!

Si caratterizza per essere un miele dal sapore “primaverile” e dalla consistenza cremosa, con colorazione molto chiara e cristallina in toni beige. Il suo sapore è particolarmente delicato, nelle Isole Canarie viene solitamente utilizzato come dolcificante naturale e come ingrediente di alcuni piatti tradizionali.

Anche le api che lo frequentano sono particolari. Si tratta di una particolare specie di ape nera, anch’essa specifica del bioma canario.

Si possono osservare climi diversi in tutta l’isola e, soprattutto nelle aree vulcaniche, è sorprendente vedere gli alveari prodotti dall’ape nera di Tenerife. Tuttavia, l’ape nera è uno degli impollinatori più grandi e dominanti della specie, ma non così abile o delicato come altri impollinatori autoctoni dell’isola. Questo, secondo alcuni studi, può produrre una diminuzione della produzione di semi e frutti del tajinaste rosso, poiché la presenza di api nere farebbe diminuire altre piccole specie che sfruttano anche il polline di questo fiore.

Per questo motivo, l’introduzione di più alveari per la produzione di miele potrebbe essere alquanto controproducente, motivo per cui si è reso necessario stabilire regolamenti che regolino questa attività al fine di preservare al meglio sia la flora che la fauna del Teide.

Tajinaste Honey - Oromiel 300 g

Sa Pompìa: il raro agrume antico sardo è un superfood


Simile ad un mito, le sue origini sono misteriose e si perdono nell’antico passato.

Nome scientifico Citrus Monstruosa, pare sia il risultato dell’ibridazione naturale tra un cedro ed un limone, sebbene come altri agrumi abbia sviluppato molte proprie particolarità.
Deve il suo nome all’irregolarità della sua forma, che spesso mostra spesse protuberanze, ed alla sua mole che può fargli superare il mezzo chilo di peso.

Cresce solo in Sardegna, in un’area della Baronia che gravita intorno al comune di Siniscola (Nu). Cresce spontanea nelle macchie e negli agrumeti ed è arrivata sino a oggi perché è la materia prima fondamentale di alcuni dolci tradizionali di Siniscola.

Da cruda non è particolarmente apprezzabile, per via della spessa buccia e del sapore fortemente acidulo, anche più del limone. Malgrado ciò, molti amano mangiarla condita con olio e sale, ed eventualmente zucchero, al pari del suo parente il Cedro (da non confondere con l’omonima albero sempreverde).
I suoi rami sono molto spinosi, e la sua raccolta solitamente è affidata alle donne e richiede una certa maestria.
Da cotto si apprezza l’albedo (la parte bianca), che viene caramellata lentamente con il miele, mentre la buccia è eccezionale per aromatizzare liquori.

Famosa è la “pompia” nuorese, cioè il pomo di Adamo cucinato col miele”
(Grazia Deledda)

La scorza caramellata diventa “pompìa intrea” e messa sotto miele in barattoli di vetro come leccornia, oppure viene tagliata a pezzetti e unita a mandorle a scagliette; a volte si compone in pirottini usando le foglie aromatiche di un limone o arancio, diventando la “aranzada”, un antichissimo dolce sardo simbolo di femminilità e fecondità.

Divenuta presidio Slow Food e prodotto agroalimentare tradizionale (PAT) della Sardegna, il suo olio essenziale sfrutta le sorprendenti proprietà nutraceutiche del prodotto, ricco di vitamine e sali minerali, toccasana per la salute delle vie aeree e dell’intestino, che consentono di classificarlo come super food naturale.

La Sardegna è una delle regioni italiane che negli ultimi anni ha perduto un patrimonio maggiore di cultivar tradizionali. In quarant’anni l’Università di Cagliari ha individuato più di 110 tipi di fagiolo antico sardo, prossimi a scomparire. Anche l’anguria fino a mezzo secolo fa vedeva una incredibile varietà: più di trenta tipologie di forma e caratteristiche straordinarie.
Le Argolands dedicheranno una porzione di parco ad i vivai “Jurassics”, dei giardini di riproduzione di biodiversità accessibili al pubblico.

Biodiversità e seedsaving: i fondamenti della democrazia alimentare

Seedsaving

Dobbiamo riprenderci il diritto di conservare i semi e la biodiversità.
Il diritto al nutrimento e al cibo sano.
Il diritto a proteggere la terra e le sue specie
”.

Così afferma la dottoressa Vandana Shiva, scienziata, ambientalista, scrittrice e filosofa, annoverata tra i teorici dell’ecologia sociale, una corrente di pensiero che unisce temi ecologisti sociali e politici, rilevando la necessità di un cambio di paradigma nell’uso delle risorse del nostro pianeta, il quale sarebbe capace di nutrire tutti se la sua natura venisse rispettata e l’uguaglianza tra gli uomini fosse effettiva.
Nel brano tratto dal testo “Vacche sacre e mucche pazze“, Vandana Shiva suggerisce infatti la necessità di “fermare il furto delle multinazionali a danno dei poveri e della Natura. La democrazia alimentare è al centro dell’agenda per la democrazia e i diritti umani, al centro del programma per la sostenibilità ecologica e la giustizia sociale (…) Il punto non è quanto le nazioni ricche possono dare, il punto è quanto meno possono prendere“.

L’uomo e la natura hanno convissuto in armonia fin dall’antichità, rispettando per lo più le reciproche misure. A partire dalla Rivoluzione Industriale, poi, con l’uso del carbone e lo sfruttamento delle risorse fossili ed, in seguito, nel secondo dopoguerra, con la cosiddetta “Rivoluzione Verde“, gli equilibri uomo-natura sono drasticamente cambiati, a discapito maggiormente delle risorse naturali e della situazione climatica.

Avviatasi negli anni ’40 tramite una ricerca messicana sponsorizzata dalla Rockefeller Foundation ed eseguita dal genetista americano Norman Borlaug, con l’intento di creare sementi ad altissima resa per ettaro, la Rivoluzione Verde apportò un drastico cambiamento nella gestione dell’agricoltura per come fino ad allora era stata concepita. Tale ricerca condusse infatti alla creazione di nuovi ibridi, nuove tecnologie agricole e all’utilizzo di fertilizzanti chimici e pesticidi, tanto che nell’immediato si credette di aver trovato la soluzione al problema della fame nel mondo ed a Borlaug nel 1970 fu conferito il premio Nobel per la pace.

Così, con la spinta delle multinazionali e l’avallo dei governi e delle grandi istituzioni come Onu e Fao, l’agricoltura intensiva venne esportata  in tutto il mondo, soprattutto nei paesi in via di sviluppo come India e Pakistan dove fu introdotta a partire dagli anni Sessanta.
In principio i contadini, allettati da copiosi raccolti e facili guadagni, si illusero che abbandonare le tecniche tradizionali e le sementi antiche, sapientemente tramandate e selezionate in base al territorio e al clima, potesse essere la soluzione alla loro povertà. Il fervore apportato dalla novità che avrebbe risolto la fame nel mondo non permise loro di riconoscersi dipendenti dall’acquisto di prodotti chimici e sementi OGM; oltre ad essere dannosi per la natura, questi prodotti si sono rivelati funesti anche per gli agricoltori stessi che, talvolta per aver subìto la perdita di raccolti dovuta a cause naturali, perdettero tutto ed alcuni addirittura si suicidarono per l’incapacità di coprire i debiti contratti per gli acquisti.

Durante gli anni ’70 agli studiosi più attenti fu già evidente che il nuovo paradigma agro-economico a lungo termine avrebbe portato ad una catastrofe ecologica senza precedenti. L’agricoltura “moderna”, infatti, caratterizzata da monocolture ed allevamenti intensivi, ha come sue proprie conseguenze l’impoverimento del suolo, l’avvelenamento delle falde acquifere e dell’aria, la necessaria deforestazione massiccia e conseguente distruzione di interi ecosistemi, inclusa l’estinzione o quasi di molte specie sia animali che vegetali.

Proprio alla fine degli anni ’70, Vandana Shiva, di cui si faceva menzione ad inizio articolo, tornata in India dopo aver conseguito diversi titoli di studio in ambito scientifico all’estero, assume il ruolo di ricercatrice in politiche ambientali ed agricole presso l’Indian Institute of sciences e presso l’Indian Institute of management. Essa si accorge dei disastri conseguiti dalla Rivoluzione Verde nel suo paese e decide di mettere tutto il suo impegno ed il suo sapere al servizio della salvaguardia dell’agro biodiversità, salvaguardia che ancora oggi sembra essere l’unica risposta ai problemi alimentari e all’emergenza ecologica del pianeta.
Nel 1982, in India, Vandana Shiva istituisce la Research Foundation for Science Technology and Natural resource policy, una fondazione che si occupa proprio di ecologia sociale e, nel 1987, crea Navdanya (lett. “9 semi”, in hindi) l’organizzazione che dà origine al “Movimento per la difesa della sovranità alimentare, dei semi e dei diritti dei piccoli Agricoltori in tutto il mondo” (cfr. navdanyainternational.it per saperne di più).

La dottoressa Vandana Shiva non si ferma solo alla creazione dei suoi centri di ricerca ma si impegna a portare le sue conoscenze e le sue esperienze in tutto il mondo, partecipando a conferenze e convegni come relatrice ed attivista contro quella che lei definisce la biopirateria delle multinazionali: l’appropriazione di sementi e tecniche antiche rese di fatto non più disponibili gratuitamente e liberamente a tutti.
Nel 1995 la dottoressa Shiva crea la fattoria di Navdanya per la “conservazione della biodiversità”, un luogo dove finalmente le sue teorie vengono messe in pratica conservando i metodi tradizionali per abbinarli ai princìpi dell’agroecologia e dell’Agricoltura biologica.
Anche questo progetto è un successo: il frutto dell’impegno della nostra in tema di libera conservazione delle sementi e biodiversità, collegato a democrazia e giustizia sociale, supera i confini dell’India per spostarsi all’estero, prima nelle zone più povere e sfruttate del pianeta e poi in tutto il resto del mondo.

Nel 2003, Vandana Shiva con attivisti, politici, studiosi, accademici, agricoltori e scienziati da tutto il mondo, in collaborazione con l’allora Presidente della Regione Toscana Martini, istituiscono la Commissione internazionale per il futuro dell’alimentazione e dell’Agricoltura con l’intento di “rendere maggiormente visibili le valide alternative sostenibili all’attuale sistema agro-alimentare controllato dalle grandi multinazionali dell’agrochimica, basato sulle monocoltura e strutturato sulle esportazioni” e “rafforzare il movimento globale per la difesa dei semi tradizionali e di sistemi alimentari virtuosi e sani“.
Sicuramente, l’attenzione verso i temi promossi dalla commissione, la quale ha anche sottoposto i suoi manifesti sulla biodiversità a varie conferenze dell’ONU, è aumentata sia da parte dei media che da parte delle istituzioni stesse, le quali dichiarano il 2010 “Anno Internazionale della Biodiversità”, proprio con l’intento di sensibilizzare l’opinione pubblica e politica verso questi temi. I risultati ottenuti dall’Anno della Biodiversità, secondo la dottoressa Shiva, non sono stati soddisfacenti dal punto di vista socio-politico, e lo dice chiaramente nei suoi scritti.
Il vantaggio è stato che molte  persone  hanno avuto accesso a maggiori informazioni anche sulle dinamiche che pongono biodiversità ed alimentazione in relazione con democrazia e salute.

L’informazione di massa su questi temi è stata ulteriormente rafforzata dall’evento dell’Esposizione Universale (Expo 2015) tenutasi a Milano intorno alla tematica del “Nutrire il pianeta, energia per la vita”, durante la quale si è ampiamente dibattuto riguardo la necessità di un nuovo paradigma agroalimentare che preservi le risorse del pianeta nutrendo tutti senza danneggiare l’ecosistema.

Nel frattempo, sulla scia dell’esempio di Navdanya, a tutte le latitudini hanno iniziato a nascere movimenti di seed savers, letteralmente “salvatori di semi”. I seed savers sono persone che, sia  per cultura contadina che per desiderio di salvare e tramandare ai propri figli le tradizioni del proprio territorio, preservando per loro sapori non omologati come quelli della produzione intensiva, si impegnano a fare ricerca di sementi antiche non trattate per conservarle e riprodurle attraverso sistemi strettamente biologici.
In Italia, per esempio, si pone molta attenzione riguardo al tema dell’alimentazione e della biodiversità anche a livello politico; Vandana Shiva, infatti, è consulente della regione Toscana in tema di politiche agricole.

Non sono notevoli solo i movimenti mondiali, sono soprattutto le persone comuni ad essere più attente all’ecologia e a volersi alimentare in modo etico e sostenibile, quindi sempre più spesso cercano di acquistare prodotti biologici e dalla provenienza accertata. Ma non solo: negli ultimi anni sono state fondate molte associazioni per lo scambio di semi, e alcune di esse organizzano anche corsi per diventare seed savers. Durante questi corsi  si insegna a fare ricerca di sementi sul territorio e si tramandano le tecniche per la loro  riproduzione e conservazione.
Molti giovani, spesso provenienti da differenti esperienze lavorative, si stanno accorgendo del potenziale della produzione agricola biologica e sostenibile, e si stanno impegnando nel recupero e utilizzo di sementi e sistemi antichi di coltivazione, in modo da saper garantire alimenti biologici, di qualità e dall’elevato valore nutrizionale.
Anche se timidamente, possiamo dire che all’orizzonte si intravveda quel cambio di paradigma tanto auspicato da coloro che, come la dottoressa Shiva e i seed savers, ritengono che il diritto alla biodiversità, alla conservazione dei semi e all’agricoltura biologica e sostenibile per la Natura siano sinonimo di democrazia.


[argoname: Kripazia]

Leggi Argo Brief per approfondimenti sul progetto.

BLOCKSTONE: per una blockchain sostenibile

Negli ultimi anni quasi tutti abbiamo sentito parlare di blockchain. Molti hanno anche scoperto, oltre ai notori vantaggi costituiti dalla trasparenza dei dati e dalla gestione decentralizzata, i gravi problemi di consumo, dunque di inquinamento, dell’attuale metodo di validazione dei blocchi: il “mining”.

Mining significa “minare”, termine fantasioso per rappresentare l’attività di un nuovo tipo di minatore, ovvero di cercatore di miniera. Un tempo è avvenuta la corsa all’oro, ovvero eserciti di improvvisati minatori si avventavano sulle montagne in cerca della ricchezza. Il mining è parimenti un attività che ha movimentato enormi entusiasmi in tutto il mondo, spingendo milioni di persone ad avviarsi al mestiere di miner.

In Cina già da anni sono state create apposite facoltà universitarie brevi.

Minare un blocco significa, in poche parole, riuscire a validarlo mediante i software e l’hardware del proprio pc appositamente acquistato. Questo è un miner. Tuttavia per riuscirci, ogni miner è in competizione con migliaia di altri miner, che ricevono il medesimo compito, e vince chi riesce prima a risolverlo.

Questo rappresenta un sistema altamente dispersivo, dove migliaia di pc si attivano per risolvere lo stesso problema, quando solo uno di questi riceverà l’ambito premio. Ovviamente è in corso una gara tra miner, dove vince chi ha il computer più potente.
Praticamente, per risolvere 1 problema e far guadagnare 1 miner ne facciamo lavorare a vuoto 999.

Possiamo solo immaginare il consumo che ne deriva. Si parla della stessa energia che serve a mantenere un grande Paese come il Cile.

E’ inaccettabile per chiunque ritenga che qualunque innovazione debba essere compiuta tenendo conto delle sue ripercussioni, anche a medio e lungo termine.

Per risolvere il problema, abbiamo analizzato per lungo tempo i sistemi blockchain, ed abbiamo individuato gli elementi chiave su cui agire.

Il mining si rende necessario per un problema di sicurezza. Si tratta cioè di prevenire eventuali fenomeni di hacking sui dati conservati nella blockchain, problema che viene considerato drammatico in ragione del fatto che quasi tutti i dati conservati sulle blockchain riguardano il possesso di denaro: le criptovalute.

La sicurezza della blockchain deve quindi essere equivalente a quella di una banca, o persino superiore visto che in caso di perdita di dati (e quindi di soldi per qualcuno), non sono previsti enti di garanzia o assicurazioni.

Per il sistema Argo non è accettabile utilizzare una blockchain siffatta, ad alto consumo ed impatto ambientale. Sarebbe contraddittorio.

Abbiamo dunque sviluppato il sistema Blockstone, che consiste in un metodo di gestione della fase di scrittura su blockchain, che aggira il problema.

Il sistema Blockstone prevede infatti di salvare, ad ogni operazione di scrittura, una copia dell’intero blocco di dati con rigore notarile, adottando le crittografie legali previste dalla normativa eIDAS e nel rispetto delle specifiche dettate da AgID.

Blockstone rappresenta un innovazione utilizzabile in numerose applicazioni blockchain, ma più di tutto in quelle di respiro ecologico.

Il sistema Argo prevede quindi di adottare una blockchain a bassissimo consumo, ed in via esclusiva. Non ci appoggeremo alle altre blockchain inquinanti, come quella di Bitcoin o Ethereum (le più utilizzate), ma ne creeremo una dedicata, dove ad ogni blocco dati corrisponde una sua copia di riscontro legalizzata e conservata con rigore notarile secondo normativa consolidata.

Lo scopo è effettuare periodici acquisti collettivo mediante Initial Coin Offering (ICO), in un meccanismo progressivo che produca un aumento del “valore naturale” dei terreni, e parallelamente dei Gaian corrispondenti.

Questo sistema lo abbiamo chiamato E.C.O. (Ethernal Coin Offering), e ci seguirà in attesa di ulteriori perfezionamenti.

Per saperne di più sul sistema brevettato blockstone, scrivere a legalizer@legalizer.it.

Brevetto Blockstone

Immagine: Brevetto di procedimento per conferire valore legale esecutivo ai contenuti perpetuati attraverso sistemi di conservazione dei dati a registro distribuito (DLT), altrimenti noto come “blockchain”.

Ambiente umano: i numeri dicono che stiamo precipitando in fiamme

L’indagine scientifica elaborata dall’Institute for Public Policy Research di Londra evidenzia come prossimo un nuovo collasso sistemico come quello del 2007, con conseguenze ancora più globali.

Degrado è un espressione che potrebbe tradursi nell’anglosassone “downgrade”. Una forma di recessione, di smottamento verso il peggio.

Parimenti “ambiente” è espressivo di ogni elemento che costituisca l’habitat umano. Quando ci si riferisce a ciò che emerge dalla natura, si parla di ambiente naturale. Ma esiste anche un ambiente artificiale, ovvero quegli elementi su cui ciononostante basa la vita umana, ma prodotti dall’uomo stesso.

L’ambiente artificiale si sta dunque degradando. Mutevolezza, conflitti, migrazioni, fame e accentramento
della ricchezza: si paventa il potenziale collasso dei sistemi socio-economici, e con loro dell’intero ambiente artificiale da questi mantenuto.

E’ quanto afferma uno studio anglosassone a firma dell’Institute for Public Policy Research di
Londra, intitolato “This is a Crisis: Facing up to the Age of Environmental Breakdown“.

Gli scienziati riferiscono per gravità alla crisi del 2007, causata appunto da scivoloni, raggiri e grovigli del sistema finanziario capitalistico.

I diversi indicatori analizzati (cambiamento climatico, perdita di specie, erosione e infertilità del suolo,
deforestazione e acidificazione degli oceani, inquinamento, etc.) “stanno portando a un complesso e dinamico processo di destabilizzazione ambientale che ha raggiunto livelli critici”.
Lo studio avverte che tale processo “sta avvenendo a una velocità senza precedenti nella storia umana”.

Per fare numeri, i vertebrati sono diminuiti del 60% dagli anni ’70 a oggi, ed il degrado vitale dei terreni ha reso improduttivo il 30% dei terreni arabili nel mondo.

In poco più di dieci anni, il numero di inondazioni su scala globale è cresciuto 15 volte, il numero di
incendi boschivi 7 volte e gli eventi caratterizzati da anomale temperature estreme sono 20 volte più
frequenti.

Questo degrado ambientale, se non modificasse il suo trend, vede come naturale conseguenza il collasso dei sistemi umani: “choc economici, sociali e politici si propagano attraverso un sistema collegato globalmente, in modo molto simile a quello avvenuto sulla scia del crisi finanziaria globale del 2007/08”.

Tra le conclusioni dei ricercatori “le emissioni [inquinanti – ndt] devono essere pressoché dimezzate nel prossimo decennio per evitare esiti gravemente nefasti, ma si tratterebbe di un cambiamento sociale
senza precedenti (IPCC 2018). Rileviamo invece, e purtroppo, che le emissioni continuano a salire, raggiungendo livelli mai visti in milioni di anni e con un coefficiente di crescita senza precedenti
nella storia della Terra (WMO 2018).”

Gli impatti negativi sull’ambiente vanno osservati al di là del “semplice” cambiamento climatico. Lo studio spiega che “con l’attività umana aggregata che spinge questi sistemi in spazi operativi non sicuri” si sta inaugurando una nuova era di degrado ambientale, caratterizzata da una rapidità senza precedenti, e che ha già toccato record storici.

L’unione fa la forza, ma aggregare risorse in forma massiva offre una forza dal potenziale distruttivo inimmaginabile, che richiede una ugualmente grande responsabilità!

 

E’ improcrastinabile apprendere ad unire le forze per obiettivi più nobili.

[argoname: Erode]

fonte: https://www.ippr.org/research/publications/age-of-environmental-breakdown

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