L’ambiente selvatico gravemente danneggiato dallo sfruttamento umano potrebbe invece essere una grandissima ricchezza

Lo sostiene il rapporto Living Planet Report 2018 del WWF (World Wildlife Fund), la pubblicazione biennale attraverso cui questo ente, in collaborazione con la Zoological Society of London, monitora lo stato di salute del pianeta, che -sappiamo- è seriamente compromessa dall’intervento dell’uomo. L’andamento dell’impronta ecologica umana è preoccupante: dal 1970 ad oggi è cresciuta del 190% e se procedessimo di questo passo nel 2050 solo il 10% del territorio rimarrà vergine. E’ perciò urgente che si cambi rotta e che il patrimonio naturale venga maggiormente tutelato.

l’Indice del pianeta vivente

Il report, pubblicato per la prima volta nel 1998, e giunto alla 20° edizione contiene un’analisi dettagliata dello stato della biodiversità globale e della vita animale. Ben 16.704 popolazioni di oltre 4.000 specie di mammiferi, uccelli, pesci, rettili e anfibi, ovvero tutti gli animali vertebrati del mondo sono state conteggiate. Ebbene, dal 1970 al 2014 le popolazioni di vertebrati risultano diminuite del 60 %, mentre sono 8.500 le specie a rischio di estinzione presenti nella Lista Rossa dello Iucn, l’Unione internazionale per la conservazione della natura. La responsabilità di questi danni ricade sull’agricoltura estensiva, responsabile di almeno il 75% dei casi delle estinzioni verificatesi dal 1500 ad oggi. «Altre minacce – sotttolinea il Wwf, citato in un articolo di Corriere.it – derivano dal cambiamento climatico, un fattore sempre più decisivo, dalle dighe, dalle miniere e dalle specie che, spostate da un’area all’altra del mondo, diventano invasive, facendo concorrenza e spesso imponendosi sulle specie autoctone». Il rapporto evidenzia ancora che il 20% della superficie delle foreste dell’Amazzonia è stato trasformato in soli 50 anni, mentre gli ambienti marini del mondo negli ultimi 30 anni hanno perso quasi la metà dei coralli.

L’appello ai leader

Da questi e da altri dati che riempiono le pagine del report scaturisce un accorato appello, o piuttosto un grido d’allarme, del WWF, che chiede agli Stati di impegnarsi per invertire questa tendenza di progressiva perdita della ricchezza della vita sulla Terra. Sarebbe necessario un “global deal” per la natura e le persone, con l’obiettivo non solo di preservare le risorse naturali ma anche realizzare una più equa distribuzione che consenta di garantire in modo sostenibile il nutrimento ad una popolazione che aumenta, limitando il riscaldamento globale a 1,5° C, e ripristinando gli ecosistemi, oggi seriamente compromessi.

Il “Pil” della natura

Infine, il documento contiene la stima del valore degli ambienti naturali: essi ci offrono globalmente, prodotti e servizi che possono essere valutati circa 125.000 miliardi di dollari, una cifra che sopravanza di molto il prodotto globale lordo dei Paesi di tutto il mondo, che ammonta invece a 80.000 miliardi di dollari. In buona sostanza, l’ambiente naturale sarebbe il nostro migliore business se solo volessimo farlo fruttare correttamente. «Il mondo ha bisogno di una road map dal 2020 al 2050 con obiettivi chiari e ben definiti — commenta Donatella Bianchi, presidente di Wwf italia —. Va messo in campo un set di azioni credibili per ripristinare i sistemi naturali e ristabilire un livello capace di dare benessere e prosperità all’umanità». E Marco Lambertini, direttore generale di WWF International: «Oggi abbiamo ancora una scelta. Possiamo essere i fondatori di un movimento globale che cambia la nostra relazione con il pianeta per garantire un futuro per tutti. Oppure possiamo essere la generazione che ha avuto un’occasione e l’ha fallita. La decisione è solo nostra».

 

[argoname: Abbondio]

Liberamente ispirato e tratto da:  https://www.corriere.it/animali/18_ottobre_30/40-anni-abbiamo-fatto-scomparire-60percento-animali-vertebrati-ed-ecco-perche-rischiamo-anche-noi-fba41962-dc27-11e8-8bd6-c59ffaae6497.shtml

Fenomenologia dell’essere domestico e dell’essere selvatico: differenze di habitat e di extinguishment

Domestico e Selvatico: parliamo di una distinzione che è fondamentale per una visione più responsabile della nostra realtà quotidiana ed esistenziale.

Se l’avvento dell’addomesticamento ha prodotto un cambiamento radicale negli animali che lo hanno subìto, non meno importante è stato il cambiamento che esso ha indotto negli umani. L’addomesticamento è stato, insieme all’agricoltura, uno dei primi atti propriamente detti “culturali”.

“E’ accertato che a partire dal tardo Neolitico l’emergere del fenomeno urbano e delle civiltà antiche furono connessi e promossi dallo sviluppo dell’addomesticamento. […] Andò originandosi per questa via un doppio reciproco condizionamento: piante e animali addomesticati incisero fortemente sull’evoluzione biologica e culturale della nostra specie, che divenne a sua volta il principale fattore ambientale, la forza che orientò l’evoluzione delle specie domestiche. […]
Sebbene trasformato, questo doppio legame persiste ancora oggi.”
(Fasolo, A. Dizionario di biologia, UTET, Torino, 2003: 8-14)

Lungo un cammino millenario, le comunità umane sono passate da un atteggiamento di predazione non razionalizzata (da ratio: misura, calcolo) delle risorse naturali, dalle quali prelevava a seconda delle occasioni ed opportunità, per approdare alla definizione di un rapporto più complesso con l’ecosistema, nonché ad una delle forme più condizionanti di domesticazione: l’allevamento claustrale (o in cattività), dove l’animale è mantenuto in condizioni di immobilità in ambienti completamente artificiali per tutta la durata della sua vita (Masseti, 2008).

Nella relazione che esplicitavamo con la complessità della natura, l’introduzione delle pratiche di addomesticamento ha alterato la catena della vita in almeno due modi:
condizionando le differenti funzioni svolte dalla biodiversità ed influendo quindi sull’integrità dell’evoluzione organica;
plasmando intrinsecamente la formazione della cultura stessa, con ripercussioni incisive sul comportamento umano nei confronti degli animali ed estensivamente della natura tutta.

Che cos’è, precisamente, la DOMESTICAZIONE? Si tratta di un processo di adattamento ad una situazione di cattività, ottenuto attraverso pratiche di allevamento (controllo totale sulla riproduzione, sull’organizzazione territoriale e sulla fornitura di cibo, a scopo di profitto) che implicano alterazioni comportamentali, morfologiche e genotipiche, anche intergenerazionali, e quindi con implicazioni sull’evoluzione della specie. (Darwin, 1868; Clutton-Brock, 1977; Prince, 1984; Mason, 1984 Mainardi, 1992).

La domesticazione, infatti, in quanto processo di adattamento in un allevamento, implica l’intervento della ‘selezione artificiale’: la cura, l’alimentazione e la riproduzione non sono più operate per mano della ‘selezione naturale’, ma la sopravvivenza è assoggettata ai criteri dell’intervento umano.
Per attuare la domesticazione, infatti, l’uomo deve separare, totalmente o parzialmente, una popolazione vitale (in grado cioè di riprodursi) dai contingenti faunistici selvatici di quelle specie che formano oggetto di interesse da parte delle comunità umane (Davis, 1987). Ma ciò che caratterizza ancor più nel profondo il processo della domesticazione, secondo Meadow (1984), è che con essa l’uomo ha spostato il proprio interesse dalla preda “morta”, verso ciò che assicura, attraverso la selezione, il prodotto più importante dell’animale “vivo”: la sua prole; pratiche come l’inseminazione artificiale, il trasferimento di embrioni, l’incubazione artificiale, il miglioramento della dieta (Siegel in Hefez, 1975) operano in tal senso.

“Cronologicamente, le precondizioni che permisero la nascita dell’allevamento sono state fatte risalire alle ultime fasi del Paleolitico, quando nei territori boreali le bande di cacciatori umani dovettero contattare i branchi di lupi, anche essi, come gli uomini, organizzati gerarchicamente in funzione della caccia. L’uomo e il lupo evolvettero perciò, in stato di simpatria come specie sociali, dedite alla caccia e predatrici di grandi mammiferi. Anzi è verosimile che uomini e lupi cacciassero uno stesso tipo di preda e vi sono parecchie probabilità che l’uomo abbia potuto tenere presso di sé esemplari di lupo. […] In principio, il legame con le prime specie allevate sarebbe stato perciò di natura non immediatamente economica, per diventarlo in un secondo tempo quando, anche grazie ad una migliorata conoscenza delle caratteristiche ecoetologiche di queste specie, l’uomo ne avrebbe tentato la gestione attraverso la riproduzione in cattività”.
(Fasolo, A. Dizionario di biologia, UTET, Torino, 2003: 8-14)

Gli animali selvatici, liberi in natura, preservano soprattutto due peculiarità distintive:
– vivono la curiosità con la diffidenza di chi si aspetta la trappola di un predatore, esercitando l’aggressività come uno degli strumenti atti a commisurare le circostanze;
– sono caratterizzati da poca variazione intraspecifica per rispecchiare le caratteristiche del tipico habitat di appartenenza: la loro pelle/pelliccia è strumento di difesa mimetica, ma anche elemento attrattivo per alimentazione ed accoppiamento.
E’ quindi la presenza di un habitat selvatico, coordinato ai cicli naturali, i suoi rischi e pericoli, a caratterizzare la vita selvatica dei suoi abitanti ed a preservare loro la capacità di vivere autonomamente in libertà.

Il termine che usiamo nella nostra lingua per descrivere lo status ‘selvatico’ non è arbitrario, in effetti: ‘selvatico’, ‘silvano’, ‘selva’, lo si ritrova nella radice proto-germanica sylf, da cui l’inglese ‘self’, al plurale ‘selves’.
Il termine ‘selvatico’ sigilla pertanto una rappresentazione della spontanea autonomia insita nella vita, differentemente dal ‘domestico’ che ne risulta invece privo, essendo uno status di natura interferita dalla cultura dominante e quindi eterodiretto. Gary Snider (2013), uno dei più rinomati esponenti dell’Ecologia del Profondo, ne analizza un aspetto interessante: “Selvaggio è una cosa che si prende cura di sé e che, in un certo senso è indipendente e libera da noi. Il selvatico è autodisciplinato.”
Del resto, risulta davvero emblematico che Leonardo da Vinci, Dante, Boccaccio, Petrarca,… pronunciassero salvatico’ invece di ‘selvatico, etimo preservatosi tutt’oggi nel dialetto toscano.

La forma di vita addomesticata, per contro, avendo stretto (suo malgrado o lusingata da facilitazioni) un “patto di sopravvivenza” con ciò che nell’ambiente originario avrebbe rilevato come suo concorrente e/o predatore, adesso identifica in esso la fonte della propria sopravvivenza, guardandosi da ogni possibile distaccamento.
Nella domesticazione si genera quindi un nuovo rapporto di dipendenza: non si è più vincolati direttamente dal proprio habitat di origine, ma si risponde primariamente all’interposizione di un nuovo padrone di vita (dal latino domus, casa; dominis, padrone). Raggiunto questo punto in poi, la libertà istintiva – contraddistinta da un orientamento dinamico dei propri fini che vengono continuamente rinegoziati (in genetica delle popolazioni, definita come selezione direzionale o diversificante) – diviene antitetica rispetto alla propria ‘garanzia di sopravvivenza’ –   la quale invece persegue un fine prestabilito (detta selezione stabilizzante o equilibrante, in genetica delle popolazioni) ed estraneo ai fini del sistema originario.
La selezione diversificante e quella equilibrante, entrambe presenti nell’autoequilibrazione dinamica dei sistemi, entrano in quello che potremo chiamare un ‘conflitto di interessi’, poiché iniziano a rispondere a due sistemi orientati verso fini differenti. Dissociando le proprie forze intrinseche, il sistema originario non può più alimentarsi e proseguire verso il fine originario.

Ne consegue che l’animale addomesticato viene riconfigurato a strumento di scopi e bisogni non più propri, ritrovandosi progressivamente più distante dalle sue necessità innate e distintive, generazione dopo generazione: la curiosità e la libertà non possono più trovare spazio; vengono favorite invece la docilità e l’obbedienza.
Sul piano morfologico e comportamentale, l’addomesticamento spinge alla comparsa di una maggiore varietà interna alla medesima specie, dovuta soprattutto al fatto che gli individui ad essa appartenenti riflettono il grado di diversità degli ambienti che li ospitano (Hall, 1993). Esemplificativi a tal riguardo possono essere la perdita dell’aspetto rustico del pelo che si adattava al terreno, la riduzione delle dimensioni per meglio adattarsi all’accoglienza umana, l’atrofizzazione di determinati organi, o l’incremento di atteggiamenti ossequiosi particolarmente apprezzati e ricompensati dagli umani.
È pertanto l’aspetto psicologico che accomuna fra loro gli animali domestici e li distingue da quelli selvatici, anziché l’appartenenza alla propria razza istintiva.
Il risultato? Il fenomeno conosciuto come perdita di biodiversità. La ripartizione naturale delle specie viene sostituita da una suddivisione tecnica artificiale, che porterà ad un numero di specie progressivamente inferiore, dovuto all’estinzione delle specie naturali.
Le nuove tecnologie lasciano intravedere l’evidente interferenza del modello domestico anche sugli attributi di genere. Da molti anni, numerosissime specie vegetali, tra cui il grano da cui noi tutti traiamo il pane delle nostre tavole sono state private del genere sessuale adottando tecniche di ibridazione e, in ultimo, manipolazione genetica, allo scopo di creare ‘individui perfetti’ in grado di soddisfare le specifiche di progetto. Sono vecchie di decenni le sperimentazioni atte a creare pollame non solo privo della capacità riproduttiva, ma persino della testa. L’attuale orientamento tecnologico ha portato alla sperimentazione di forme alternative di alimentazione, come la carne sintetica; da ciò parrebbe che la modalità riproduttiva sessuata sia una delle prime caratteristiche naturali a risultare sgradite alla selezione artificiale, la quale tenta con ogni mezzo di bypassarla.

Le uniche classi di animali di cui abbiamo nota, che si sono dimostrate suscettibili al processo di addomesticamento, sono i mammiferi e gli uccelli.
Ma cosa rende un essere vivente più addomesticabile di un altro? Quali caratteristiche lo espongono al rischio di allontanamento dal proprio lignaggio naturale, in favore di un lignaggio artificiale, eterodiretto, e perciò a lui alieno? Riferiamo all’etologo Hale (1969) per riassumere così i comportamenti-tipo che disvelano una predisposizione all’addomesticamento:
1. Socialità elevata: tendenza a formare grandi gruppi – piuttosto che una socialità a base familiare – caratterizzati dalla presenza di una struttura gerarchica commista di maschi e femmine dall’indole remissiva e non troppo paurosa, compensati dal ‘senso di sicurezza’ implicito nella socialità elevata.
2. Promiscuità sessuale: caratterizzata da irrilevanza dei generi e dei numeri
3. Precocità dell’intervallo generazionale: la velocità riproduttiva è favorita dalla ‘selezione artificiale’; la procreazione è esposta tuttavia all’incremento di patologie degenerative, a loro volta dipendenti anche dalla restrizione del proprio spazio vitale che tale tipo di socialità prefigura.
4. Scarsa territorialità: piccola distanza di fuga, assenza di competizione, promozione della mansuetudine e agilità limitata, funzionale a rendersi più facilmente reperibili e ricollocabili dall’allevatore.
5. Alimentazione “di poche pretese”, sotto il profilo qualitativo, per evitare di entrare in competizione con le fonti di nutrimento dell’allevatore, accettando di alimentarsi di qualunque cosa, persino se parzialmente tossica (es: dopo il rimessaggio invernale in stalla, dove le mucche ricevono come pasto un trinciato misto che può comprendere piante tossiche, tornate al pascolo in primavera necessitano di tempo per distinguere piante come la cicuta ed evitarla, giacché i suoi istinti naturali sono momentaneamente atrofizzati).

Negli ultimi anni è riapparso inaspettato il ritorno di alcune specie date per estinte. Esperimenti condotti hanno dimostrato che persino i maiali nati in cattività, se liberati e abbandonati alla natura selvaggia, riacquisivano progressivamente le competenze e persino le caratteristiche fisiche perdute. Ne consegue un ampio motivo di riflessione circa ciò che, da forse molto tempo, giace atrofizzato nelle nostre profondità. Noi, quali compartecipanti al regno animale e parte dell’infinito e misterioso ciclo della natura, potremmo dunque detenere un tesoro trascurato, quanto forse salvifico.

 

[argoname: Wildka]

ARGO-logy

Nomen Omen: ARGO

Why the name ARGO to the project?

To tell the truth, it was the very name which made us choosing it.
We were walking along the Greek lands, in the air we could breath a meaning that wanted to be pronounced. So we looked at each other and this sense was clear: “Eyes wide open, vigilant, to remain faithful“.

So we called it to life: ARGO, and it became a project.

The references connected to “Argo” are quite explicit in our mind, but investigating deep and far they are discovered to be wider than expected.

Almost all of us heard about Argo the dog of Ulysses, famous when young for his strength and speed in hunting, but more popular in our memories as a symbol of loyalty and of the quiet patience that characterizes an unmovable affection.

This creature, after waiting for twenty years, just  before letting himself die, was able to recognize his master as he passed by  even behind the clothes of a beggar, when returned to Ithaca. They did not need many gestures to understand each other:

“[Argo] waved his tail
and let his ears fall back; but now he could not
get closer to his master. And Odysseus
he looked away and wiped a tear
without being seen by Euméo ”
(Odyssey, XVII)

ARGO is also the ship of the Argonauts, the first ship which sailed unexplored seas thus accomplishing something that, in the far echoes of time, was seen as a wickedness: the arrogance inherent in such navigation was felt almost as an act of hubris against the deities.

It was like challenging them!

“The mythical tales were formulated to veil and at the same time to inform those who had open “the eyes of wisdom”. […] ”
“The commander of the legendary ship Argo is Jason, or Jona of the Trojans, Jon of the Scandinavians, Ganesha of India, the Sun. Among the Egyptians the rising sun was Osiris […]. Jason is Osiris, the Sun1.

The author is not entirely wrong. Who, if not the Sun, could guide or show the way in sailing the nocturnal seas of the unknown?

The deities, however, have been compared by different studies to “thought shapes” that defile man and which, in order to preserve themselves, do not accept being overridden by other understandings of reality.

And so the deities would manifest themselves in the human mind as a blind and despotic predisposition to imprint their own “unit of measurement” to reality. Acting like spells, these deities filter reality perceptually, even manifesting themselves as psychisms.

Argo” seems instead to refer to the “divinity” understood as the virtue of the human soul, a characteristic to be conquered; etymologically it is linked to the proto-Indo-European root “arj” / “arg” which evokes the shining of impeccability, and in Sanskrit it becomes arjunas (or argunas): shining white, brilliant; hence the name of the Indian Epic hero “Arjuna”, “the pure one”.

More specifically, “arj” meansto go addressed [ar] straight forward [j]”.

Traces of this etymology can be found in the Greek adjective ἀργός which means “of a brilliant, dazzling white”, as well as “fast, quick.” In Italian, in fact, we have deduced terms such as: arguire (to argue), argomento (argument), arguzia (witt), argento (silver), argilla (clay).

Under the heading ‘Arguire’ (to argue), the italian etymological dictionary “Vocabolario Etimologico della Lingua italiana” (Piangiani, 1907), specifies this origin:

“from the stem ARJ = ARG’; to be understood as to shine, (Sanskrit: ARGUNA, clear) whence the consequence to make clear, to highlight, very homogeneous to the original meaning to prove with evidence, with fine reasoning, attributed to Arguire and nowadays transfused in the Italian Argomentare (to discuss reasoning), (see: Argento, silver)”.

Everything originates from the city of Argos, in the Argolis, inhabited by the Argives (later known as Achaeans), founded by Argos, King of Peloponnese, from whom it takes its name. Argos was the son of Zeus and brother of Pelagos, and his successor is another mythological presence, perhaps less known, but probably for which to honor, so named his dog Ulysses.
To enrich the nuances that the name ‘Argo’ carries with him, and to testify that “owning the eyes of Argo” means to be discerning, we have to talk about Argos Panoptes, a gigantic prodigious being with a hundred eyes pointed in all directions and a great strength.

“Argos of the hundred eyes, the Panoptes which sees everything. […] Its greatest renown comes from the miraculous cleverness he was provided by. […] Argos of the hundred eyes is the Vigilance over all things, everything is noticed, whether you look at the innocence, or you spy and discover the evil. […] The poets will say that one hundred eyes shine on the Argos’ forehead: Morpheus could never close them all at once; if fifty of them yield to his presence, the other fifty open and watch. […] [Considered for this the exemplary guardian], at his death Juno scattered the one hundred eyes of Argos on the tail feathers of the peacock.”
(Tasso, G.  Enciclopedia italiana e dizionario della conversazione: opera originale, Vol. 2. Venezia, 1838)

 

And so, ARGO starts from these inspirations.
Among so many myths, who can say maybe one of them is fidgetting whithin us? Hope it could give us new intrepid boldness to face our challenges.

 

¹ fonte: MITI STORIA VELATA LIBRO VI GIASONE E GLI ARGONAUTI, di Vincenzo Pisciuneri

ARGO-logos

Nomen Omen: ARGO

Perché il progetto porta il nome di ARGO?

In verità, è il nome ad essersi fatto scegliere.
Passeggiavamo per le lande greche, nell’aria si respirava un senso che voleva esser pronunciato. Ci guardammo e questo senso era chiaro: “Occhi aperti, vigili, per rimanere fedeli”.
Così lo chiamammo alla vita: ARGO, e divenne un progetto.

I rimandi connessi ad «Argo» sono piuttosto espliciti nella nostra mente, ma indagando a fondo e lontano si scoprono essere più vasti di quanto ci si possa attendere.

Quasi tutti possiamo dire di aver avuto menzione di Argo il cane di Ulisse, celebre da giovane per la sua forza e velocità nella caccia, ma famoso nei nostri ricordi come simbolo di lealtà nonché della quieta pazienza che caratterizza un affetto inamovibile.
Questa creatura, dopo aver atteso per vent’anni, prima di lasciarsi morire fu in grado di riconoscere il proprio padrone anche dietro le vesti di un mendicante, quando ritornato ad Itaca quest’ultimo gli passò accanto. Non ebbero bisogno di molti gesti per intendersi a vicenda:

“[Argo] agitò la coda
e lasciò ricadere le orecchie; ma ora non poteva
accostarsi di più al suo padrone. E Odisseo
volse altrove lo sguardo e s’asciugò una lacrima
senza farsi vedere da Euméo”
(Odissea, XVII)

ARGO è inoltre la nave degli Argonauti, la prima nave a solcare mari inesplorati compiendo così qualcosa che negli echi di tempi lontani veniva concepito come una nefandezza: quello della colpa insita in una tal navigazione era sentita quasi come atto di hybris nei confronti delle divinità.

Le si sfidava!

“I racconti mitici erano formulati per velare
e contemporaneamente informare chi aveva gli occhi della sapienza aperti. […]”

“Il comandante della mitica nave Argo è Giasone, Jason, Jona dei troiani, Jon degli Scandinavi, Ganesha dell’India, il Sole. Fra gli egizi il sole nascente era Osiride […]. Giasone è Osiride, il Sole.
(Pisciuneri V., Miti – Storia velata, Libro VI Giasone e gli Argonauti)

L’autore non ha tutti i torti. Chi, se non il Sole, poteva guidare nel solcare i mari notturni dell’ignoto?

Le divinità, tuttavia, sono state paragonate da diversi studi a forme-pensiero che ammorbano l’uomo e che, ai fini di una propria autoconservazione, non permettono di essere sovrastate da altri livelli di realtà.

E così le divinità si manifesterebbero nella mente umana come una cieca e dispotica predisposizione ad imprimere la propria unità di misura alla realtà. Agendo come incantesimi, filtrano percettivamente la realtà arrivando anche a manifestarsi come psichismi.

Argo” sembra invece riferirsi alla “divinità” quale virtù dell’animo umano, una caratteristica da conquistarsi; etimologicamente è legato alla radice proto-indoeuropea “arj”/”arg” che evoca lo splendere dell’impeccabilità, ed in sanscrito diviene arjunas (o argunas): bianco splendente, brillante; da cui anche il nome dell’eroe dell’Epica indiana “Arjuna”, “il puro”.
Più nello specifico, “arj” significa “andare incontro [ar] dritto in avanti [j]”.
Tracce di questa etimologia si ritrovano nell’aggettivo greco ἀργός che significa “di un bianco brillante, abbagliante”, così come anche ” veloce, rapido”. In italiano, infatti, se ne sono dedotti termini come: arguire (argomento, arguzia), argento, argivi (achei), argilla.

Sotto la voce ‘Arguire’, il Vocabolario Etimologico della Lingua Italiana (Pianigiani, 1907) precisa questa origine:

“dalla radice ARJ = ARG’; che ha il senso di splendere (sanscritto: ARGUNA, chiaro) donde l’altro conseguente di render chiaro, porre in chiara luce, assai omogeneo al significato originario di dimostrare con prove, con fino ragionamento, attribuito ad Arguire ed oggi trasfuso nell’italiano Argomentare (vedi: Argento)”.

Tutto origina dalla città di Argo, nell’Argolide, abitata dagli Argivi (noti poi come Achei), fondata da Argo re del Peloponneso da cui la città prende nome. Argo era figlio di Zeus e fratello di Pelago, ed ebbe come suo successore un’altra presenza mitologica, forse meno nota, ma probabilmente ad onor del quale Ulisse così nomò il proprio cane.  Ad arricchire le sfumature che il nome ‘Argo’ reca con sé ed a testimoniare che “aver gli occhi d’Argo” significa esser oculati, concorrerà Argo il Panopte, gigantesco essere prodigioso dotato di un centinaio di occhi disposti in tutte le direzioni e di una grande forza.

“Argo dai cent’occhi, il Panopte che vede tutto. […] La maggiore sua rinomanza viene dalla miracolosa perspicacia ond’era provveduto. […] Argo dai cent’occhi è la Vigilanza che a tutto sopravvede, di tutto si accorge, sia che guardi l’innocenza, sia che spii e scopra la malvagità. […] I poeti diranno appunto che cent’occhi splendono in fronte ad Argo: Morfeo non li poté mai chiudere tutti in una volta; se cinquanta cedono alla sua presenza, gli altri cinquanta si aprono e vegliano. […] [Considerato per questo il guardiano esemplare], alla sua morte Giunone sparse i cent’occhi d’Argo sui lunghi remeggi caudali del pavone.
(Tasso, G.  Enciclopedia italiana e dizionario della conversazione: opera originale, Vol. 2. Venezia, 1838)

ARGO parte dunque da queste suggestioni.
Chissà se di tanti miti qualcuno si agita dentro di noi, e chissà che non possa donarci una nuova audacia.

L’avvento dell’Homo Domesticus

di Ricardo Tagle, 11 luglio 2018 


Il corpo umano, col suo genoma e microbioma, si è formato attraverso milioni di anni di evoluzione.

Come umani tendiamo ad accettare il mondo che ci circonda come “naturale”, ma da una prospettiva evolutiva le condizioni di vita attuali non sono naturali, bensì nuove. Il mondo intorno a noi è cambiato drasticamente in un tempo molto ristretto, se diamo uno sguardo all’indietro nel viaggio evolutivo umano.

Per il 99,5% della storia evolutiva del nostro genere (Homo) abbiamo vissuto come cacciatori-raccoglitori; un modo di vivere che ha dominato fino alla rivoluzione agricola avvenuta circa 10.000 anni fa.
Sebbene il nostro ambiente sia cambiato drasticamente dai nostri giorni vissuti da cacciatori-raccoglitori, il nostro genoma originale ci accompagna ancora in larga misura; una composizione genetica la cui espressione sana e lo stato ottimale sono diminuiti per via di diete e stili di vita contemporanei.

 

Scompiglio evolutivo

Il genoma umano si è formato nell’arco di milioni di anni in ambienti naturali ancestrali, attraverso il processo di selezione naturale tale per cui gli individui che si adattano meglio alle condizioni in cui vivono tendono a replicare più geni nel tempo rispetto a coloro che sono meno adattati.

Questo processo si è manifestato, specificamente, nel caso degli ominidi nell’era paleolitica (2,6 milioni di anni fa – 10.000 anni fa). Gli ominidi vivevano insieme in piccoli gruppi sussistendo di piante e animali selvatici e, durante questo periodo, i tratti ereditari che migliorarono la capacità dei nostri antenati di sopravvivere e riprodursi come cacciatori-raccoglitori furono positivamente selezionati per queste funzioni.

La rivoluzione agricola segna l’inizio di cambiamenti sostanziali nelle nostre condizioni di vita, cambiamenti che hanno accelerato il ritmo e la forza negli ultimi secoli. 10.000 anni sono una piccola frazione di tempo da una prospettiva evolutiva, e molte delle transizioni nello stile di vita sono state troppo potenti e/o troppo recenti per adattarsi ai nostri corpi. Da una prospettiva genetica risultiamo ancora per lo più cacciatori-raccoglitori, il che significa che l’evoluzione culturale ha oltrepassato l’evoluzione biologica.

Dal momento che la nostra biologia non è stata in grado di tenere il passo con i rapidi cambiamenti avvenuti nel nostro ambiente negli ultimi millenni, ora sperimentiamo una discrepanza genetico-ambientale.
Nel mondo moderno, la maggior parte di noi sottopone il proprio corpi a stimoli o troppo scarsi o eccessivamente innovativi, e come risultato si manifestano squilibri evolutivi. Quando il corpo umano è sommerso in uno stile di vita per il quale è scarsamente adatto, il genoma umano risponde con un modello di espressione genica sub-ottimale, ovvero si traduce in un fenotipo sub-ottimale e in malattie da civiltà (come il diabete di tipo 2, l’acne vulgaris, le malattie cardiache e il cancro del colon, che sono rari o inesistenti tra i cacciatori-raccoglitori e i moderni gruppi etnici che seguono una dieta e uno stile di vita conformi al nostro vecchio genoma).

Si possono identificare quattro fattori chiave di questa discordanza evolutiva, che hanno un’alta incidenza sul nostro stato di salute:

  • Ipocinesi: tendenza alla sedentarietà, carenza di movimento. Molti di noi passano la maggior parte della giornata a stare fermi, in generale ci muoviamo poco.
  • Ipercinesi: esagerata ripetizione di un gesto motorio specifico. La maggior parte degli sport potrebbero considerarsi un esempio, poiché sono composti da schemi motori ripetitivi, a loro volta esacerbati dall’affaticamento dei muscoli in un lasso di tempo ridotto; invece di mantenere il senso del movimento ridistribuito durante l’arco del quotidiano.
  • Iposonnia: riposo inadeguato. Considerato il ritmo di vita e l’esposizione alla luce artificiale, il nostro corpo spesso non riesce ad accedere ad un sonno ristoratore.
  • Nutrizione pro-infiammatoria: consumo di alimenti che generano infiammazione cronica intestinale.

Questa esclusiva tetrade della modernità o dei contesti civili poggia su ciò che viene denominato “Sindrome da Deficit della Natura”. Questo disturbo non presenta ad oggi una diagnosi formalizzata, ma ne tratta in un articolo del 2009 pubblicato da “Psichology Today” lo scrittore Richard Louv, specificando di intendere con ciò “un modo per descrivere i costi psicologici, fisici e cognitivi dell’alienazione umana dalla natura, in particolare per i bambini nei loro vulnerabili anni dello sviluppo “.

La condizione che chiamiamo Homo Domesticus, la versione domestica dell’Homo Sapiens, è causata principalmente da questo “deficit” delle condizioni naturali nei nostri stili di vita, in altre parole, da una discordanza tra l’ambiente che abitiamo e la nostra anatomia, fisiologia e comportamento.
Questa condizione culturale colpisce e genera condizioni di salute non ottimali ed è diventata la grande epidemia della modernità.

Questo “deficit” è uno dei mali del nuovo secolo. Ad ogni gesto siamo sempre più connessi alla tecnologia e più disconnessi dalla natura. I nostri figli non sono esenti da questo cambiamento di vita e molti di loro soffrono del cosiddetto disordine del deficit della natura, la cui caratteristica più evidente è l’inadeguata relazione tra noi e l’ambiente. È una disconnessione persistente dalla natura e da tutto ciò che il contatto con la natura comporta.

 

Conclusione e suggerimenti

Gran parte dei problemi di salute che colpiscono le culture moderne si debbono ai modelli quotidiani degli stili di vita, in termini di attività fisica, dieta, stress, schemi di riposo, ecc .; che sono profondamente differenti da quelli per i quali siamo geneticamente adattati. L’ambiente naturale ancestrale in cui il nostro genoma attuale è stato forgiato attraverso la selezione naturale ha richiesto una grande quantità di dispendio energetico giornaliero in una varietà di movimenti fisici. I nostri geni selezionati in questo ambiente naturale arduo ed esigente hanno permesso ai nostri antenati di sopravvivere e prosperare, implicando uno stile di vita molto vigoroso.
Questo brusco cambiamento (in termini evolutivi) da uno stile di vita fisicamente impegnativo in ambienti naturali all’aperto, ad uno stile di vita al chiuso e inattivo, è la fonte di molte delle malattie croniche generalizzate che sono endemiche alla nostra società moderna.

La risposta logica è di replicare, attualizzando, i modelli originari dell’attività umana, nella misura in cui ciò sia fattibile e pratico. Le raccomandazioni sui modi di esercitarsi, in merito a durata, intensità e frequenza, dovrebbero tener conto di far avvicinare alle attività fisiche di routine dei nostri antenati, con i quali condividiamo ancora la maggior parte del nostro genoma.

In una tipica persona inattiva, questo tipo di attività fisica quotidiana ottimizzerà l’espressione genica e contribuirà a conferire lo stato di salute ottimale di cui, una volta, eravamo in grado di godere in quanto esseri umani in natura.

 

Traduzione della fonte a cura di [argoname: Wildka]

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