Nei paradigmi della mente c’è il nostro futuro

Oggi ho dovuto confrontarmi con una riflessione, mentre venivo colto da questo pensiero: così come non siamo più capaci (per ovvie ragioni…) di coltivare con le nostre mani frutti e ortaggi, di comprendere il mutare del tempo e delle stagioni, di piantare un seme, vederne sbocciare il germoglio e curarne il frutto,… così accade anche con il pensiero.

Se contempliamo la nostra mente, essa assomiglia più che ad un giardino di pensieri fiorenti, ad un outlet di immagini accatastate. Per lo più non nostre.
Così come anche ad un PC incasinato da file e cartelle con nomi improbabili.

E la domanda inevitabile che sovviene è: come può una mente disorganizzata, non chiara nella sua visione e dei propri intenti, concepire un mondo, un paradigma armonioso, un presente che volga ad un qualsiasi futuro concretamente auto concepito ed indipendente?

Per nostra programmazione neurale, nel quotidiano siamo più inclini a perseguire scopi meccanici, indotti dall’esterno.
Anche qualora pensassimo di avere degli scopi propri nostri, se ci riflettiamo, noteremo che essi vertono spesso alla sopravvivenza, derivando perciò dal regno della Natura.
Anche quando intraprendiamo un sogno, credendo di liberarci da un incubo precedente, quel sogno è spesso già stato creato e distribuito prima da qualcun’altro: una startup, un’ideale, una filosofia, ecc.

Quanto l’uomo di oggi è in grado di osservarsi? … di parlarsi sinceramente prima di accettare un nuovo contratto col prossimo “diavolo” che prometterà una qualsiasi liberazione?
Dove risiede la liberazione?
Quale uomo andiamo creando, se privo di intimi contenuti comunitari?
Ma soprattutto, a quale tipo di umanità ci rivolgiamo se l’uomo si riconosce solo in funzione di sistemi, meccanicismi trasformativi, di prestazione, riuscita, vanesio successo… se vuoto dei contenuti della propria consapevolezza? E per consapevolezza si intende la sapienza nata dal vivo frutto della propria esperienza.

Ho visto me stesso molte volte indugiare in giustificazioni di comodo sulla mia vita… come i Francesi in Africa, i Cinesi nella nuova era, come l’Europa o l’America.
Ed il pensiero che ne è nato lo dico tappandomi le orecchie su ciò che devo fare, su ciò che ho già intrapreso: non devo raccontarmele oltre. I mezzi che scegliamo fanno eccome la differenza nel perseguimento dei propri fini: ogni gesto e azione compie un solco in ogni cellula di noi stessi e nel cosmo, ogni gesto crea frutto di pensiero.
Per cui “se vuoi piantare il grano”, mi son detto, “o lo fai alla ‘vecchia maniera’, dove curi la pianta e preservi la terra o, se usi ruspe e diserbanti, non ti lamentare dopo i primi grandi raccolti quando ciò che avrai fatto, per te e apparentemente per gli altri, deturperá inevitabilmente da qui in avanti tutto il resto”. Il “mercato davanti alla sinagoga” ripete inesorabilmente: “Prendi ogni cosa, è lì per te”!

Eppure per me il Sacro, quel sacro “fare”, è ineluttabilmente figlio di pensiero indipendente che sgorga dalla coscienza. Sacro è ciò che nasce da un’unica volontà, la propria, in accordo e in armonia con tutto ciò che circonda; volontà funzionale ed armonica.
Pensare bene, agire bene, istruire verso talenti e doni a servizio: nulla conta di piú… E chi ha detto mai che sarebbe stato facile fare “il contadino di idee”? Si é qui per discendenza, diritto e dovere, per estendere a quell’albero genealogico portante il frutto dello sforzo di averci fatto conoscere il cielo e la terra.

Volgo oggi, dopo il solstizio, il mio più caro augurio di risveglio e rinascita all’uomo e a Pachamama che ancora oggi ci accoglie amorevolmente nel suo grembo, tra santi e déi, tra luccichii e dimenticanza. Testarda come una vera madre a credere che il figlio capirà… 

 

[argoname: Wayra]

 

È l’unico pianeta che abbiamo

Esiste un processo comune a tutte le società dell’epoca moderna, siano esse “avanzate”, “ricche”, “povere” o “in via di sviluppo”: la produzione e diffusione dilagante di tecnologia e, nello specifico, di milioni di “oggetti tecnologici”.

Guardiamo le nostre case; ad esempio, le nostre cucine: i mobili, le posate, i piatti, gli elettrodomestici, le confezioni, il cibo stesso… quasi tutto è costruito da un’industria, da un processo industriale che poggia su base tecnica e tecnologica.

Perfino le case in cui viviamo sono pensate, organizzate ed infine costruite con materiali e processi derivanti da processi industriali, o comunque tecnologici.

Perfino il nostro corpo è “ricoperto” di oggetti frutto di processi tecnologici: i vestiti, i gioiellli, gli orologi. La tecnologia entra anche nel corpo: pensate ai bypass, agli interventi chirurgici, agli impianti dentali. Nel mondo moderno, tutto o quasi, ha a che fare con la tecnologia.

Negli ultimi secoli l’umanità si è destinata a vivere in città progettate a tavolino, città “pensate”, città “tecnologicizzate”. Città pensate dalle metriche delle industrie che producono i lampioni, le strade, le automobili, le pitture dei palazzi, i marciapiedi.

La tecnologia è ovunque nel mondo moderno. Ne abbiamo letteralmente riempito l’atmosfera, tanto che in certi ambienti si parla di “tecnosfera”. 
La tecnologia ha migliorato la vita sgravandoci dalla fatica, dai pericoli, dalle difficoltà e dalle intemperie della Natura. Ma a quale prezzo?

In effetti, abbiamo fatto un enorme salto da quando vivevamo in caverne, foreste o in praterie vergini sconfinate.
Ma per farlo, stiamo distruggendo il pianeta. E molto velocemente.

La tecnologia ha bisogno di risorse primarie ed il sistema moderno per produrle, irrompe nella natura. Estrae, taglia, strappa, sposta le risorse naturali (terra, alberi, fiumi, pietre) e le trasforma in “altro”: un oggetto, un macchinario, una cosa.
Il tavolo di una cucina in origine era un albero, i metalli della carrozzeria di un’automobile, prima della trasformazione industriale, erano semplici pietre silenti in qualche foresta, deserto o area naturale.

E’ un processo che ci tocca tutti, senza distinzioni.
La tecnologia moderna è talmente invasiva e veloce, che l’urgenza ambientale è una priorità: i processi tecnogeni sono così aggressivi da mutare irreversibilmente gli ecosistemi. Tutte le città, tutte le nazioni, tutte le foreste, tutti i luoghi del mondo (perfino le isole più lontane) subiscono questi effetti, come pure l’inquinamento ed i potenti cambiamenti climatici in atto.

La biosfera intera del nostro pianeta, la salute delle persone, degli animali, delle foreste, dei fiumi e degli oceani sono in assoluto pericolo d’estinzione. Non è un’esagerazione.  

Con il progetto Argo vogliamo quindi migliorare significativamente la qualità della vita e salvaguardare attivamente le foreste e le aree naturali in generale.

E’ un processo “diretto”, smart e veloce, perché grazie agli strumenti di Argo ogni persona può -finalmente- essere protagonista attiva della salvaguardia dell’ambiente.
Con Argo vincoliamo per 99 anni delle foreste, delle aree naturali e le proteggiamo IN TOTO dallo sfruttamento tecnogeno.

E’ un progetto che nasce ‘dal basso’, da volontari con a cuore il tema ambientale, semplici persone con competenze trasversali che si sono unite per attuare ORA, nell’immediato, per la difesa della Terra.

Siamo visionari e determinati, fortemente competenti e sappiamo che Argo potrà creare un grande cambiamento, ma siamo consci che potremo farlo solo tramite la partecipazione attiva di molte persone.

Siamo anche consci che la Natura ha i suoi tempi ed i suoi spazi, nei cui meriti molto spesso è più saggio che l’uomo non vi entri affatto: noi vogliamo esserne i Custodi, difenderla e lasciarle la sua autonomia, senza conformarla ad una misura antropocentrica.

Vogliamo anche consegnare la natura alle generazioni future: è l’unico pianeta che abbiamo e la sua salvaguardia è sotto la nostra responsabilità. Argo è lo strumento già fra le nostre mani che ci permetterà di puntare questa direzione, in modo veloce e diretto.

[argoname: Danielsan]

ll dilemma della quinoa e non solo

Il monte sacro Tanupa veglia sui campi e pascoli. La leggenda narra che sia la madre dal cui latte sia nato il grande deserto bianco del Salar, ragione per cui il luogo è venerato religiosamente. “
Qua la Natura è tutto” spiega Caro, responsabile della FAO Bolivia, “la Pacha Mama, la Madre Terra, che ogni cosa ci offre e per questo deve essere rispettata”. 

Con questo poetico sentimento si conclude un interessante reportage de La Stampa che ci aggiorna sulla parabola della quinoa la quale, dall’essere un alimento pressoché sconosciuto e tipico delle Ande, si è diffusa rapidamente in tutto il mondo.

Grazie alle sue notevoli proprietà nutritive e alla sua elevata adattabilità ai terreni difficili, la quinoa è stata indicata dalla FAO e dall’ONU come una fra le possibili soluzioni alla fame nel mondo; per questo, nel 2013 si è deciso di celebrare l’ “Anno Internazionale della Quinoa” durante il quale ne vengono promossi il consumo e la coltivazione.
Questa forte spinta alla notorietà della pianta, tuttavia, ha generato delle conseguenze sugli equilibri sociali ed ambientali nelle zone d’origine, delle quali è bene parlare anche in vista di scelte alimentari etiche e sostenibili per l’ambiente.

Iniziamo quindi a conoscere meglio che cos’è la quinoa, da dove proviene e da quali proprietà è caratterizzata.
La quinoa è una pianta erbacea annuale originaria delle Ande, appartenente alla famiglia delle chenopodiacee, come gli spinaci ed altri vegetali comuni. È conosciuta fin dall’antichità e le sue origini sono da ricercare nella zona del lago Titicaca, dove sono stati trovati i semi più antichi che gli archeologi hanno datato e fatto risalire a circa 7000 anni fa. Per millenni è stata alla base dell’alimentazione delle popolazioni che abitavano le zone andine dell’America Latina, a cominciare dai Maya e dagli Incas che in lingua quechua la chiamavano chisiya, ossia “madre di tutti i semi”, proprio a sottolineare l’importanza rivestita da questa particolare coltivazione che, insieme all’allevamento ed al consumo di carne di camelidi quali alpaca e lama, permetteva di provvedere al sostentamento in buona salute delle popolazioni di queste zone. Qui l’elevata altitudine e la conseguente rarefazione dell’aria fanno aumentare notevolmente il fabbisogno calorico e di nutrienti dei quali la quinoa è particolarmente ricca: essa presenta un contenuto molto elevato di proteine, vitamina B2, B6, Zinco, Ferro e fibra, con la particolarità della totale assenza di glutine.

 Il primo europeo nella storia a parlare della quinoa, dei suoi utilizzi e dei metodi di coltivazione adottati dagli indios, fu il conquistador spagnolo Pedro de Valdivia. A seguito delle conquiste degli Europei ed all’avvento del cattolicesimo in quella che adesso è l’America Latina, l’uso della quinoa fu scoraggiato ai locali, anche in modo violento, in favore del frumento, simbolo del Cristo nell’Eucarestia, con l’intento tipicamente colonialista di far dismettere gli usi, la cultura, e le religioni locali.
Per fortuna, però, gli abitanti di quelle zone non cedettero alla pressione e, coraggiosamente incuranti dei divieti coloni, hanno conservato quest’inestimabile tesoro di biodiversità, scrigno di arcaiche tradizioni, fino ai giorni nostri. 

Negli ultimi decenni del ventesimo secolo, la quinoa è stata riscoperta e studiata anche alle nostre latitudini. Già nel 1978 Nature, famosa rivista scientifica, le dedicò un articolo intitolato: “L’antica risposta dei Maya alla mancanza di cibo“; ma il vero boom del consumo massivo di questo prezioso alimento si è avuto negli ultimi vent’anni, in quanto le sue proprietà particolari lo rendono un ottimo alimento per vegetariani, vegani, per l’alto contenuto di proteine, e per i celiaci essendo priva di glutine. 
Un’ulteriore impennata nella diffusione di questo prodotto è avvenuta successivamente all'”Anno Internazionale della Quinoa” che ha apportato enorme pubblicità e conseguente aumento del consumo, tale da mettere a rischio l’ecosistema e la salute delle popolazioni locali. 

Ecco quindi che torniamo agli aggiornamenti sulla situazione di queste zone, di cui parlavamo all’inizio, così ben descritte dal giornalista ambientale Emanuele Bompan che si è recato in Bolivia intervistando contadini, coltivatori ed istituzioni, riportando tutto nell’articolo della Stampa, dal quale si è preso spunto e del quale riportiamo qualche brano per capire lo stato attuale della situazione e delle soluzioni che si stanno attuando.

La corsa alla quinoa […] ha alterato notevolmente gli equilibri naturali e sociali. Prima la quinoa si coltivava sui pendii, mentre nelle piane erbose si allevavano camelidi, come il lama o anche l’alpaca […] Un coltivatore locale dice: «Tutti vogliono fare soldi coltivandola. Nessuno consuma più quinoa: è più conveniente venderla. Qua vengono tanti agricoltori improvvisati dalla città, prendono terreni, seminano e poi tornano dopo sei mesi per raccogliere tutto. Senza badare alla qualità, a quanto fertilizzante usano, alle misure per non far impoverire il suolo»”. 

Un problema laterale, ma di non minore importanza, è lo smaltimento dei rifiuti di queste improvvisate comunità agricole, che attualmente usano bruciare direttamente nei campi per poi miscelarne le ceneri, altamente inquinate da metalli pesanti, con il terreno di coltivo. 

“[…] Cosa succederà quando i prezzi della quinoa scenderanno? 

Paesi come il Canada, la Cina, gli Emirati, l’India, il Kenya e il Marocco e persino l’Italia stanno pensando di produrla a livello commerciale. 
Per le Nazioni Unite è “un’arma perfetta per sconfiggere la fame”, vista la facilità con cui si coltiva e l’elevato potere nutritivo. Però un incremento della produzione mondiale potrebbe avere impatti devastanti per la Bolivia. «Bisogna prevenire questo scenario di potenziale crisi», spiega Rómulo Caro, responsabile FAO Bolivia. […] Uno dei punti saldi per garantire la fertilizzazione sostenibile del suolo è la reintroduzione e il potenziamento dell’allevamento integrato dei lama.

Finalmente, grazie alla Cooperazione italiana del Maeci, Ministero degli affari esteri e della cooperazione internazionale, che ha colto in tempo il problema, si sta dando il via al progetto “Sistema Agroalimentare Integrato Quinoa/Camelidi”, implementato da FAO e dall’assiociazione non-governativa italiana ACRA-CCS, nella speranza di migliorare le condizioni di vita delle popolazioni locali e di salvaguardare la Natura dallo sfruttamento e dall’irreversibile inquinamento dell’ecosistema.

Eccoci alla fine di questo breve report che, pur lasciandoci sperare nella salvezza dei territori e delle popolazioni coinvolte nella “corsa alla quinoa”, può diventare anche un esempio su come i cambiamenti dei consumi legati alla globalizzazione possano influire sulla qualità della vita di tutti e ci induce a riflettere sulla necessità di essere attenti nelle nostre scelte quotidiane che per essere etiche, ma davvero etiche, vanno ben ponderate principalmente informandosi.

[argoname: Kripazia]

 

fonti:

La Stampa – Il boom della quinoa. Buona per la salute, non per le Ande – 05/2017
National Geographic – Voglia di quinoa – 03/2014
FAO – A contribution to global food security – 2013
Slow food – Ragionando sulla quinoa – 06/2013
Nature – The Inca’s ancient answer to food storage – 04/1978
Nuova Terra – La quinoa – consultato a 12/2018

“Essere madre? Che difficile!…”

“Ci sono vari motivi per cui non ci accorgiamo della bellezza e del mistero che ci circonda, io ne ho vissuti principalmente due. 
Il primo è che mi ero abituata a tutto ciò e quindi i miei occhi non erano più in grado di scorgere e il secondo, per conseguenza, che davo tutto per scontato. 

Questo è stato, fino a poco tempo fa, fino ad una manciata di mesi prima che nascesse mia figlia. 
Ho desiderato così tanto essere madre ed immergermi in questa avventura, che quando si è verificata mi ha necessariamente indotto a rivedere il mio modo di sentire, i miei pensieri e dunque le mie azioni. Come madre, sono consapevole che non potrò offrire anche a mia figlia l’infanzia verde e spericolata che ho avuto modo di vivere io. Solo ora mi rendo conto che quel mondo è andato perso lontano, si è reso inaccessibile, ma non per ciò ho intenzione di scoraggiarmi affatto. Sta alle mie forze mobilitarsi in direzione di cambiamenti utili a facilitare un ritorno a siffatte possibilità, sta a me farle sentire come la dolcezza e il rispetto per la natura, la propria casa, sia prima di tutto una questione di buon senso.

Non serve farne questione filosofica, cosa di per sé molto piacevole, ma occorre adesso agire concretamente. 
Mi sono inevitabilmente scontrata con i mille modi possibili di pensare alla realtà, a volte anche arrancando, ritrovandomi a circumnavigare nel vago ad occhi spalancati. 

In queste odissee ho scoperto, ad esempio, l’esistenza dei pannolini lavabili, usati normalmente da tante mamme. Non sono poi così complicati da gestire: basta un pizzico di buona volontà e si può persino risparmiare. Ho scoperto l’uso dei detersivi ecologici ‘fai da te’, e l’uso delle fasce portabebè che ti semplificano la vita.
Esiste un modo di occuparsi del proprio cucciolo che è molto simile a quello degli animali.    
Mi preoccupo di ciò che mangio, della qualità di ciò respiro, soprattutto ora che allatto, e di che cosa proporre a mia figlia tra giochi che la possono stimolare, una bella passeggiata sul lungo mare,… di come evitarle le inezie da tv, o le nevrosi da ciuccio. 
Non è questione di scappatoie, ma questa é un’esperienza magnifica ed implacabile al tempo stesso. Qui occorre imparare a buttare il cuore al di là dell’ ostacolo. 
Sto vivendo con attenzione e piena di premure, sto respirando a pieni polmoni e provando a guardare sempre da occhi nuovi.

Forse questo modo di approcciarsi alle cose può apparire arcaico, “poco tecnologico”, ma è ciò di cui soprattutto ora ho bisogno: di sentire e di far sentire alla mia piccola il contatto con la natura che è la mamma di tutte le mamme. 
Non lascerò che il timore di un fallimento possa farci mancare un’occasione di felicità”.

[argoname: Trix]

Madre Terra manifesta attraverso la magnificenza di questo millenario ulivo IL SUBLIME

 
Contemplando questo straordinario esemplare si rimane estasiati ed i pensieri volano.

 
 
Il tronco, un groviglio di ramificazioni che si rincorrono, creando un’opera d’arte che ricorda “Resurrezione” di Pericle Fazzini in Sala Nervi, a testimonianza della sua resistenza alle intemperie, alle malattie, ai cataclismi ed a Kronos stesso, col suo continuo risorgere incurante di tutto.

La splendida e rigogliosa chioma che ogni anno dona disinteressatamente i suoi preziosi frutti e dolce frescura a chi sosta alla sua ombra!
Le sue radici profondamente ancorate  a nutrirsi e a tenere ben salda la terra sotto ed attorno a sé.

Forse ha 4000 anni, forse “solo” 2500, è l’ulivo più anziano della Grecia , si trova a Creta ed è il testimone silenzioso della storia di un grande popolo, c’era già ai tempi gloriosi delle città stato, dei grandi filosofi, delle guerre con i Persiani, di Alessandro Magno e che, forse, ha visto anche le tauromachie di Cretese memoria.

Un Maestro immobile e silenzioso che ci ricorda la necessità di preservare il patrimonio naturale dallo sfruttamento selvaggio e dalla distruzione che il sistema politico ed economico stanno mettendo in atto in modo sistematico senza curarsi delle nefaste conseguenze per le generazioni future.

[argoname: Kripazia]
 
 
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