BLOCKSTONE: per una blockchain sostenibile

Negli ultimi anni quasi tutti abbiamo sentito parlare di blockchain. Molti hanno anche scoperto, oltre ai notori vantaggi costituiti dalla trasparenza dei dati e dalla gestione decentralizzata, i gravi problemi di consumo, dunque di inquinamento, dell’attuale metodo di validazione dei blocchi: il “mining”.

Mining significa “minare”, termine fantasioso per rappresentare l’attività di un nuovo tipo di minatore, ovvero di cercatore di miniera. Un tempo è avvenuta la corsa all’oro, ovvero eserciti di improvvisati minatori si avventavano sulle montagne in cerca della ricchezza. Il mining è parimenti un attività che ha movimentato enormi entusiasmi in tutto il mondo, spingendo milioni di persone ad avviarsi al mestiere di miner.

In Cina già da anni sono state create apposite facoltà universitarie brevi.

Minare un blocco significa, in poche parole, riuscire a validarlo mediante i software e l’hardware del proprio pc appositamente acquistato. Questo è un miner. Tuttavia per riuscirci, ogni miner è in competizione con migliaia di altri miner, che ricevono il medesimo compito, e vince chi riesce prima a risolverlo.

Questo rappresenta un sistema altamente dispersivo, dove migliaia di pc si attivano per risolvere lo stesso problema, quando solo uno di questi riceverà l’ambito premio. Ovviamente è in corso una gara tra miner, dove vince chi ha il computer più potente.
Praticamente, per risolvere 1 problema e far guadagnare 1 miner ne facciamo lavorare a vuoto 999.

Possiamo solo immaginare il consumo che ne deriva. Si parla della stessa energia che serve a mantenere un grande Paese come il Cile.

E’ inaccettabile per chiunque ritenga che qualunque innovazione debba essere compiuta tenendo conto delle sue ripercussioni, anche a medio e lungo termine.

Per risolvere il problema, abbiamo analizzato per lungo tempo i sistemi blockchain, ed abbiamo individuato gli elementi chiave su cui agire.

Il mining si rende necessario per un problema di sicurezza. Si tratta cioè di prevenire eventuali fenomeni di hacking sui dati conservati nella blockchain, problema che viene considerato drammatico in ragione del fatto che quasi tutti i dati conservati sulle blockchain riguardano il possesso di denaro: le criptovalute.

La sicurezza della blockchain deve quindi essere equivalente a quella di una banca, o persino superiore visto che in caso di perdita di dati (e quindi di soldi per qualcuno), non sono previsti enti di garanzia o assicurazioni.

Per il sistema Argo non è accettabile utilizzare una blockchain siffatta, ad alto consumo ed impatto ambientale. Sarebbe contraddittorio.

Abbiamo dunque sviluppato il sistema Blockstone, che consiste in un metodo di gestione della fase di scrittura su blockchain, che aggira il problema.

Il sistema Blockstone prevede infatti di salvare, ad ogni operazione di scrittura, una copia dell’intero blocco di dati con rigore notarile, adottando le crittografie legali previste dalla normativa eIDAS e nel rispetto delle specifiche dettate da AgID.

Blockstone rappresenta un innovazione utilizzabile in numerose applicazioni blockchain, ma più di tutto in quelle di respiro ecologico.

Il sistema Argo prevede quindi di adottare una blockchain a bassissimo consumo, ed in via esclusiva. Non ci appoggeremo alle altre blockchain inquinanti, come quella di Bitcoin o Ethereum (le più utilizzate), ma ne creeremo una dedicata, dove ad ogni blocco dati corrisponde una sua copia di riscontro legalizzata e conservata con rigore notarile secondo normativa consolidata.

Lo scopo è effettuare periodici acquisti collettivo mediante Initial Coin Offering (ICO), in un meccanismo progressivo che produca un aumento del “valore naturale” dei terreni, e parallelamente dei Gaian corrispondenti.

Questo sistema lo abbiamo chiamato E.C.O. (Ethernal Coin Offering), e ci seguirà in attesa di ulteriori perfezionamenti.

Per saperne di più sul sistema brevettato blockstone, scrivere a legalizer@legalizer.it.

Brevetto Blockstone

Immagine: Brevetto di procedimento per conferire valore legale esecutivo ai contenuti perpetuati attraverso sistemi di conservazione dei dati a registro distribuito (DLT), altrimenti noto come “blockchain”.

Ambiente umano: i numeri dicono che stiamo precipitando in fiamme

L’indagine scientifica elaborata dall’Institute for Public Policy Research di Londra evidenzia come prossimo un nuovo collasso sistemico come quello del 2007, con conseguenze ancora più globali.

Degrado è un espressione che potrebbe tradursi nell’anglosassone “downgrade”. Una forma di recessione, di smottamento verso il peggio.

Parimenti “ambiente” è espressivo di ogni elemento che costituisca l’habitat umano. Quando ci si riferisce a ciò che emerge dalla natura, si parla di ambiente naturale. Ma esiste anche un ambiente artificiale, ovvero quegli elementi su cui ciononostante basa la vita umana, ma prodotti dall’uomo stesso.

L’ambiente artificiale si sta dunque degradando. Mutevolezza, conflitti, migrazioni, fame e accentramento
della ricchezza: si paventa il potenziale collasso dei sistemi socio-economici, e con loro dell’intero ambiente artificiale da questi mantenuto.

E’ quanto afferma uno studio anglosassone a firma dell’Institute for Public Policy Research di
Londra, intitolato “This is a Crisis: Facing up to the Age of Environmental Breakdown“.

Gli scienziati riferiscono per gravità alla crisi del 2007, causata appunto da scivoloni, raggiri e grovigli del sistema finanziario capitalistico.

I diversi indicatori analizzati (cambiamento climatico, perdita di specie, erosione e infertilità del suolo,
deforestazione e acidificazione degli oceani, inquinamento, etc.) “stanno portando a un complesso e dinamico processo di destabilizzazione ambientale che ha raggiunto livelli critici”.
Lo studio avverte che tale processo “sta avvenendo a una velocità senza precedenti nella storia umana”.

Per fare numeri, i vertebrati sono diminuiti del 60% dagli anni ’70 a oggi, ed il degrado vitale dei terreni ha reso improduttivo il 30% dei terreni arabili nel mondo.

In poco più di dieci anni, il numero di inondazioni su scala globale è cresciuto 15 volte, il numero di
incendi boschivi 7 volte e gli eventi caratterizzati da anomale temperature estreme sono 20 volte più
frequenti.

Questo degrado ambientale, se non modificasse il suo trend, vede come naturale conseguenza il collasso dei sistemi umani: “choc economici, sociali e politici si propagano attraverso un sistema collegato globalmente, in modo molto simile a quello avvenuto sulla scia del crisi finanziaria globale del 2007/08”.

Tra le conclusioni dei ricercatori “le emissioni [inquinanti – ndt] devono essere pressoché dimezzate nel prossimo decennio per evitare esiti gravemente nefasti, ma si tratterebbe di un cambiamento sociale
senza precedenti (IPCC 2018). Rileviamo invece, e purtroppo, che le emissioni continuano a salire, raggiungendo livelli mai visti in milioni di anni e con un coefficiente di crescita senza precedenti
nella storia della Terra (WMO 2018).”

Gli impatti negativi sull’ambiente vanno osservati al di là del “semplice” cambiamento climatico. Lo studio spiega che “con l’attività umana aggregata che spinge questi sistemi in spazi operativi non sicuri” si sta inaugurando una nuova era di degrado ambientale, caratterizzata da una rapidità senza precedenti, e che ha già toccato record storici.

L’unione fa la forza, ma aggregare risorse in forma massiva offre una forza dal potenziale distruttivo inimmaginabile, che richiede una ugualmente grande responsabilità!

 

E’ improcrastinabile apprendere ad unire le forze per obiettivi più nobili.

[argoname: Erode]

fonte: https://www.ippr.org/research/publications/age-of-environmental-breakdown

Dov’è finita Sherazade tra le 1001 Notti digitali?

Negli ultimi anni la tecnologia, volenti o nolenti, si è imposta nelle nostre vite, apportando modificazioni piuttosto significative: forse non ci siamo nemmeno resi conto dell’entità di questi cambiamenti e di come essi impattino sul nostro modo di conoscere e di sentire la vita. Diversi studiosi si sono occupati di questo tema cercando di reperire dati scientifici e riscontri psicologici.  Fino a una manciata di anni fa il libro era il solo supporto sul quale si poteva leggere; con l’avvento dei telefonini e dei tablet e, non ultimo, degli e-book, che si piazzano a metà strada tra un foglio e un byte, il nostro approccio alla lettura è radicalmente mutato, comportando cambiamenti anche nel nostro cervello.  

“Siamo nati per vedere, per muoverci, per parlare, per pensare. Non per leggere. La lettura è un’acquisizione straordinaria ma recente, molto recente, nella storia dell’umanità. E dato che il nostro cervello non ha un circuito geneticamente programmato per questa attività, che si forgia in base a quanto, a come e a che cosa leggiamo, la lettura potrebbe rivelarsi una conquista fragile”. Questo è quanto scrive Chiara Palmerini su un articolo de Il Sole 24 ore, riportando il risultato di studi eseguiti da Maryanne Wolf, neuroscienziata cognitiva ed insegnante all’Università della California, autorevole studiosa dei processi di lettura. Secondo la Wolf, stiamo perdendo la capacità di “lettura profonda”: quella che attiva una serie di processi che coinvolgono tutto il cervello e permette di dedurre qualcosa che va oltre quanto è detto; l’unica modalità, in sostanza, per cui l’informazione può essere elaborata per costituire conoscenza. 

Un testo non è solo un cumulo di informazioni con cui intasare la mente: quando il nostro cervello riesce a rielaborare attivamente ciò che vi è scritto, si generano anche dei sentimenti smossi dalla lettura stessa, di cui l’identificazione e la conseguente empatia con il personaggio di un romanzo è uno fra i più noti esempi.

Una lettura eseguita attraverso uno schermo ci offre un risultato più sterile, asettico, dove nel lungo termine perfino il contenuto viene smarrito; è stato comprovato, infatti, che la lettura su carta rimane più impressa di quella digitale, probabilmente anche a causa di una presenza maggiore di riferimenti che fungono da ancore mentali per la nostra memoria. Uno fra i più rilevanti è sicuramente lo spazio, grazie al quale ci accorgiamo più facilmente, persino fisicamente, se siamo all’inizio o alla fine di un testo. 

Sempre nel suo articolo, la Palmerini scrive: “In termini assoluti non è neppure vero che leggiamo meno. In realtà siamo sopraffatti dalle informazioni: l’individuo medio consuma, saltabeccando da un dispositivo all’altro, 34 gigabyte al giorno di contenuti, l’equivalente di circa 100mila parole, in pratica un romanzo lungo. Quello di cui siamo sempre più incapaci, sovrastati dalla massa delle informazioni da internet e distratti da mille stimoli digitali, è trovare la calma e la forza, o meglio la “pazienza cognitiva”, per affrontare letture lunghe e lente, capaci di risuonare dentro di noi, di aprire mondi sconosciuti e trasformarsi in riflessione, conoscenza e saggezza. […] La cosa più tremenda è che non abbiamo più tempo per riflettere sul valore di verità di quello che leggiamo. Leggiamo le cose comode, che si conformano a quello che già pensiamo, che rinforzano, invece di sfidare, le nostre prospettive. Alla fine diamo retta a chi ci dice quello che vogliamo sentire”. 

Che cosa accade ai bambini che si affacciano al mondo digitale a partire da età sempre più precoci? Secondo una ricerca effettuata su 12 famiglie inglesi condotta da “Egmont Publishing UK”, il più grande editore britannico di libri e riviste per bambini, “il contatto con supporti digitali in tenera età e la scarsa presenza nelle giornate di momenti di tranquillità, portano ad una scarsa capacità di lettura negli anni seguenti, quando i bambini compiono circa 7 o 8 anni. Vengono infatti meno quei momenti in cui i bambini possono sfogliare un libro illustrato, ascoltare una favola letta dal nonno e volare con la fantasia, senza bisogno di schermi su cui compaiano personaggi variopinti e in continuo movimento, immaginando fate, principesse e draghi, foreste e cieli stellati, a modo loro, ognuno nella sua mente, seguendo solo l’istinto e la fantasia”. 
Di conseguenza, tutto ciò porta a leggere molto meno e ad una concentrazione sempre più frammentata.

Secondo Manfred Spitzer, direttore della Clinica psichiatrica e del Centro per le Neuroscienze e l’Apprendimento dell’Università di Ulm, “le ricerche scientifiche in questo campo si sono moltiplicate e oggi disponiamo di un’evidenza incontestabile sul legame fra l’uso eccessivo delle tecnologie digitali e una serie di patologie che vanno dalla depressione propriamente intesa agli stati d’ansia, dall’insonnia ai disturbi alimentari”. 

I neuroni sono come dei “muscoli”, vanno esercitati, stimolati e non appiattiti o peggio ancora spenti davanti a uno schermo. La solitudine che ne consegue è disarmante, la mancanza di empatia, la socialità sviluppata solo con i media porta ad un un distacco terribile dalla realtà. Sempre secondo Spitzer, il dispositivo digitale più tossico e che crea più solitudine è lo smartphone, perché ha più di 4 miliardi di utenti: è una connessione costante e fruizione informatica permanente. Si può giocare, guardare video o “televisione”. 

Per quanto riguarda l’ebook, invece, per come se ne intende comunemente l’uso, – riferisce ancora Spitzer – esso è indicato per le persone che vanno in vacanza, per le “signore di mezza età. Lettrici forti, non più giovani, desiderose di non rovinare il romanzo che si sono portate in spiaggia. La sabbia, le macchie di crema solare, tutti i fastidi dai quali il libro digitale è al riparo. Senza trascurare il fatto che un e-reader è leggero, facile da trasportare e via dicendo. La sto mettendo in parodia, d’accordo. Ma non troppo: in realtà l’e-book può andare benissimo per una lettura di tipo disimpegnato; ma quando occorre instaurare un rapporto più profondo con il libro, ecco che la situazione si capovolge. Lo confermano molte ricerche. Una delle più accurate, realizzata nel 2015 dalla University of California, mostra con estrema chiarezza come le preferenze dei ventenni vadano nella direzione del libro di carta, che meglio si adatta alle necessità dello studio”. 

È indubbio che indietro non si torna, e che dovremmo cercare di sfruttare al meglio e di non subire i nuovi strumenti che abbiamo: è importante mantenere sempre una presenza attentiva e un senso critico per saper e poter distinguere, tra le tante notizie da cui veniamo inondati, quelle effettive da quelle false. 
La carta stampata ha un fascino e un carisma senza eguali: è un qualcosa che ti rimane, che puoi sfogliare e prestare; essa ti permette di prendere tempo per entrare in relazione con una storia o riflettere su una nuova idea. 
Come sempre, lo strumento non è il “problema”, ma è l’uso che ne facciamo, il grado di coscienza che impieghiamo. Un utilizzo moderato che lascia spazio ad altre attività e alla socializzazione ci può aiutare a vivere appieno e a non cadere nell’isolamento. Non a caso Spitzer nel suo libro, “Demenza digitale”, scrive: “Ci stiamo giocando il cervello! Non siamo più capaci di raggiungere un luogo senza GPS, siamo terrorizzati all’idea di uscire senza cellulare. Bambini e ragazzi trascorrono davanti a un monitor più del doppio del tempo che passano a scuola e le conseguenze si vedono nell’incremento dei disturbi dell’apprendimento, dello stress, di patologie depressive, della predisposizione alla violenza. Non è tardi per correggere la rotta, ma bisogna capire bene i pericoli che tutti noi corriamo e imparare a convivere con le nostre tecnologie”.
E aggiungo: occorre riflettere e recuperare un rapporto sano e vitale con la realtà che ci circonda e con le persone che abbiamo accanto. La vita è una avventura troppo grande e misteriosa per passarla a testa china davanti ad un PC.

[argoname: Trix]

Stiamo abbandonando i nostri figli? Lo spettro di “ElsaGate”

Questo é un fenomeno di cui si comincia a parlare solo ora in Italia, chiamato “ElsaGate“, del quale si rimane piuttosto allibiti documentandosi fra le varie fonti. 
Esso trae nome dalla protagonista del cartone di “Frozen”, uno dei personaggi più attualmente amati dai bambini, e si tratta di una vera e propria sottocultura che ha preso forma principalmente su Youtube: ricercando contenuti per bambini, risulta piuttosto facile imbattersi in video dove i beniamini dei più piccoli, come appunto Elsa o Spiderman, ma anche Topolino e Peppa Pig, vengono strumentalizzati per veicolare messaggi violenti, comportamenti sconsiderati al limite dell’esperienza borderline. Sul sito Dailymotion, ad esempio, sono stati caricati video dove la famosa Peppa Pig, personaggio che dovrebbe ispirare simpatia e tenerezza, viene torturata e spaventata. Ve ne sono diversi che hanno come tema la delicata questione della gravidanza e il parto, altri ancora dove i protagonisti vengono ricoperti da ragni e insetti vari. Altri si spingono molto oltre, inscenando atti di cannibalismo, torture, approcci sessuali espliciti, ecc.
Molti sono parodie, o spesso satire di se stessi, in quel tipico stile ‘da internet’ di quando si vuole essere a tutti i costi oltraggiosi, se non deliberatamente offensivi. Ci sono poi anche i troll, sono in gioco anch’essi, ma non bastano a giustificare l’intero calderone.
File ipnotici, celati da titoli mielosi e filastrocche infinite che imbambolano, sono qui mescolati a cartoni ‘tradizionali’.    

Ne racconta ampiamente in un articolo lo scrittore James Bridle, che analizza sotto vari aspetti la relazione sempre più simbiotica tra i bambini più piccoli e YouTube, riferendo di come presso il colosso del video-sharing stiano circolando contenuti operanti sistematicamente e su vasta scala abusi psicologici sul pubblico di minori. 
Le emittenti di YouTube hanno sviluppato un enorme numero di tattiche per attirare l’attenzione dei genitori e dei bambini sui loro video e le entrate pubblicitarie che li accompagnano, – riferisce – ed in effetti il modo stesso in cui le lunghezze dei video sono commercializzate, spesso assemblate a compilations, indica il tempo che alcuni bambini vi trascorrono sopra. Bridle fa menzione di “Little Baby Bum”, a titolo di esempio, il settimo canale più popolare di YouTube, che da solo con i suoi numeri denuncia l’imponenza di questa rete e industria. Egli spiega di come quando qualche video di tendenza raggiunge una soglia significativa nella quantità di visualizzazioni, i ‘produttori di contenuti’ piombano su di esso creando migliaia e migliaia di repliche, riconfigurazioni o affini di questi video, incrociandoli tutti fra di loro: accumulano il bacino d’utenza per poi ampliarlo viralmente. Accade spesso, infatti, che contenuti di marca, filastrocche e “uovo a sorpresa” siano tutti inseriti nello stesso minestrone di parole chiave per acquisire maggiori risultati di ricerca, posizionamento nella sidebar e “suggerimenti automatici” per il contenuto successivo. 
Questa è l’attuale logica di funzionamento del marketing al quale siamo sottoposti. 

Ciò che è invero preoccupante in questi fatti, precisa l’autore, è l’impossibilità di rilevare il grado di automazione che è attivo; come analizzare il divario tra uomo e macchina, perché si sta spingendo l’azione incessantemente, basandosi sulle implicazioni di una combinazione di parole chiave che sono state generate da un algoritmo. 
“Questa è la produzione di contenuti nell’era della scoperta algoritmica”, dice Bridle, “anche se sei un essere umano, devi finire per impersonare la macchina”. 
Per cogliere le cause attive, bisogna guardare alle implicazioni di un fenomeno: la stessa natura indeterminabile del fenomeno ‘Elsagate’, anche a causa della sua estensione, è la chiave delle sue implicazioni e della sua stessa esistenza. Sembra tuttavia che nessuna delle pubblicazioni mainstream se ne interessi.

Di solito si ritiene che tradizionalmente il ruolo dei contenuti sponsorizzati sia di essere attendibili e tali da potercisi fidare; ma che si tratti di Peppa Pig trasmessa sulle emittenti per bambini o un film della Disney, e qualunque sia il proprio sentimento nei confronti del modello adottato dall’industria dell’intrattenimento, la fiducia non è più cosa da prendere in considerazione quando la sponsorizzazione e i contenuti della piattaforma sono dissociati.  E questo vale anche per un canale verificato da YouTube, qualunque cosa ciò significhi, ma par chiaro niente di utile.
Si tratta, in fondo, dello stesso processo di sfaldamento che sta investendo la fiducia nelle fonti dell’informazione quali i flussi su Facebook o i risultati di Google, e che sta di fatto estendendo questo caos anche ai nostri sistemi cognitivi e politici. Non è quindi difficile immaginare i danni che possa provocare maggiormente sui bambini. 
L’uso sconsiderato che facciamo dei mezzi a nostra disposizione molto spesso appiattisce le nostre menti e disgrega la possibilità di ciascuno di svilupparsi in modo armonico. Occorre prendere coscienza di quello che sta accadendo e salvaguardare le radici del nostro futuro: i bambini, perchè essi non posseggono le risorse necessarie per difendersi ed assumere la giusta distanza critica da contenuti di simile portanza. 

Immagini che angosciano e disturbano chi le vede: molto probabilmente questo meccanismo non è nemmeno mosso da un intento coscientemente lesivo, ma cionondimeno questo fatto si sta verificando. Il fenomeno ‘Elsagate’ rappresenta una coercizione nemmeno troppo sottile delle menti dei bambini e fa passare quasi come lecito un qualsiasi comportamento errato, perfino dannoso. Era qualcosa di noto anche a Paul Watzlawick quando scriveva in “Pragmatica della comunicazione umana”: per una legge insita nella struttura stessa della comunicazione “Non si può non comunicare”, e la comunicazione quindi non può non sortire effetti. E’ proprio su questi che bisogna puntare gli occhi, perchè internet ha un modo di amplificare e motivare molti dei nostri desideri latenti, di qualsiasi timbro essi siano.
Troppo spesso mi capita di vedere genitori che affidano i loro figli ai tablet o ai cellulari per avere un po’ di tregua. Non c’è da giudicare, non gioverebbe a nulla, ma bisognerebbe rendersi coscienti di cosa sta accadendo, di come si sta manifestando il lato grottesco dell’automazione scissa dalla responsabilità umana.

[argoname: Trix & Wildka]

The Guardian: “Pubblicità e mondo accademico stanno controllando i nostri pensieri. Non lo sapevi?”

George Monbiot – TheGuardian
Traduzione di Erode – argonauta

In che misura decidiamo?
Ci piace dire di aver deciso il corso della nostra, ma sarà vero?

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Se tu o io avessimo vissuto 500 anni fa, la nostra visione del mondo e le decisioni che avremmo preso di conseguenza sarebbero state completamente diverse da come non faremmo oggi.
Le nostre menti sono modellate dal nostro ambiente sociale, ed in particolare dai sistemi di credenze proiettati da coloro che detengono il potere: monarchi, aristocratici e teologi allora; corporazioni, miliardari e media oggi.

Gli umani, i mammiferi supremamente sociali, sono spugne etiche e intellettuali. Assorbiamo inconsciamente, nel bene e nel male, le influenze che ci circondano.
In effetti, la sola idea che la mente possa essere plasmata è un fatto oggi assodato, che sarebbe stato tuttavia estraneo alla maggior parte della gente cinque secoli fa.
Questo non significa che non abbiamo più capacità di pensiero indipendente. Significa però che per esercitarlo, dobbiamo – consapevolmente e con grande sforzo – nuotare contro la corrente sociale che ci trascina, spesso senza che ce ne rendiamo conto.

Se siamo ampiamente influenzati dall’ambiente sociale, controlliamo almeno le piccole decisioni che prendiamo? Qualche volta. Forse.
Ma anche qui siamo soggetti a un’influenza costante, alcune volte rilevabile, ma molte volte no.

Ma c’è una grande industria che cerca di decidere per noi. Le sue tecniche diventano più sofisticate ogni anno, attingendo alle ultime scoperte nel campo delle neuroscienze e della psicologia.
Si chiama pubblicità.

Ogni mese vengono pubblicati nuovi libri sull’argomento, con titoli come “The Persuasion Code: How Neuromarketing Can Help You Persuade Anyone, Anywhere, Anytime.”[Il Codice della Persuasione: Come il neuromarketing può aiutarti a persuadere chiunque, dovunque e in qualsiasi momento].
Sebbene molti di tali libri siano senza dubbio sopravvalutati, essi ciononostante descrivono una disciplina che si sta rapidamente installando nelle nostre menti, rendendo il pensiero indipendente sempre più difficile.
Pubblicità più sofisticata si fonde con le tecnologie digitali progettate per sostituirsi alle agenzie pubblicitarie.

All’inizio di quest’anno, lo psicologo infantile Richard Freed ha spiegato come una nuova ricerca psicologica è stata utilizzata per sviluppare social media, giochi per computer e telefoni con qualità in grado di generare spiccata dipendenza.
Egli ha citato un tecnologo che vanta, con apparente giustificazione: “Abbiamo la capacità di operare su alcune manopole in un cruscotto di apprendimento automatico che costruiamo, e in tutto il mondo centinaia di migliaia di persone cambieranno silenziosamente il loro comportamento in modi che, all’insaputa di loro, avvertono accadere secondo-natura quando in realtà è il mero frutto di una progettazione a tavolino.”

Lo scopo di questo hacking del cervello è quello di creare piattaforme più efficaci per la pubblicità. Tuttavia tutto questo sforzo andrebbe sprecato se mantenessimo [come pubblico – ndt] la nostra capacità di resistervi.

Facebook, secondo un rapporto trapelato tra i tanti, ha effettuato una ricerca – condivisa con un inserzionista – per determinare quando gli adolescenti che utilizzano la sua rete si sentono insicuri, autosvalutati o stressati. Questi sembrano essere i momenti ottimali per colpirli con una promozione micro-mirata.
Facebook ha ovviamente negato di aver offerto “strumenti per profilare le persone in base al loro stato emotivo”.

E ragionevole aspettarci che le imprese commerciali tenteranno qualsiasi sotterfugio legale cui possano ricorrere.

Spetta alla Società, rappresentata dal governo, fermarli, attraverso una regolamentazione che tuttavia finora è mancata.

Ma ciò che mi infastidisce e mi disgusta ancora di più di questo fallimento, è la volontà delle Università di ospitare ricerche che aiutino i pubblicitari ad hackerare le nostre menti!
L’ideale dell’Illuminismo, che tutte le Università sostengono di perseguire, è che tutti dovrebbero sviluppare autonomia di pensiero, giusto?

Quindi perché gestiscono dipartimenti in cui i ricercatori esplorano nuovi mezzi per aggirare, atrofizzare e bloccare questa capacità?

Lo chiedo perché, mentre notavo che la frenesia del consumismo in questo periodo dell’anno sia giunta persino al di là dei suoi soliti livelli di pianeta-spazzatura, sono incappato in un articolo che mi ha stupito.
È stato scritto da accademici di Università pubbliche nei Paesi Bassi e negli Stati Uniti. Il loro scopo mi sembrava decisamente in contrasto con l’interesse pubblico: in tale articolo accademico, i luminari hanno cercato di identificare “i diversi modi in cui i consumatori resistono alla pubblicità, e le tattiche che possono essere utilizzate per invertire o aggirare tale resistenza”.

Tra tali tecniche “neutralizzanti”, l’articolo evidenziava quella di “dissimulare l’intento persuasivo del messaggio”; come? Distraendo la nostra attenzione utilizzando frasi confuse che rendano più impegnativo focalizzarsi e riconoscere l’intento pubblicitario, e “producendo esaurimento cognitivo come tattica per ridurre la capacità dei consumatori di contestare criticamente i messaggi pubblicitari”.
Ciò significa colpirci con tanta pubblicità da saturare le nostre risorse mentali, abbattendo la nostra capacità di pensare con obiettività.

Incuriosito, ho iniziato a cercare altri articoli accademici sullo stesso tema e ho trovato un’intera letteratura.
C’erano articoli su ogni aspetto immaginabile della resistenza mentale del soggetto-bersaglio, e suggerimenti utili per superarla.
Per esempio, mi sono imbattuto in un articolo che consiglia agli inserzionisti su come ricostruire la fiducia del pubblico quando qualche celebrità per cui lavorano si mette nei guai, con ricadute sulla sua reputazione. Anziché rinunciare a questo prezioso valore, i ricercatori hanno affermato che il miglior modo per migliorare “l’autentico fascino persuasivo di un testimonial” la cui immagine risulti compromessa, è quello di mostrarlo al pubblico con “un sorriso di Duchenne”, altrimenti noto come “un sorriso genuino”. L’autore ha quindi anatomizzato scientificamente tali sorrisi, mostrando come mimarli e costruirli [anche mediante ricorso a grafica digitale – ndt] e ha disquisito circa la “costruzione” della sincerità e della “genuinità”: un magnifico esercizio di autenticità non autentica.

Un altro articolo ha esaminato come persuadere le persone scettiche ad riconoscere la posizione etica di un’azienda come positiva, specialmente quando ciò appare in palese conflitto con gli obiettivi generali dell’azienda stessa (un esempio ovvio sono i tentativi di ExxonMobil di convincere la gente di essere amica dell’ambiente perché sta effettuando ricerche su carburanti algali che potrebbero un giorno ridurre la CO2 – anche se continua di fatto a pompare milioni di barili di petrolio fossile al giorno).
Speravo che il documento raccomandasse che il miglior mezzo per persuadere le persone sia che un’azienda cambi realmente la sua discutibile condotta. Invece, la ricerca degli autori ha mostrato come immagini e dichiarazioni possano essere combinate in modo intelligente per “minimizzare lo scetticismo degli stakeholder”.

Un altro articolo ha discusso gli annunci che funzionano stimolando “Fomo”, ovvero “paura di essere tagliati fuori” [dai social network].
Ha notato che tali annunci funzionano attraverso una “motivazione controllata” definita “anatema per il benessere”.
Le pubblicità Fomo, spiega il documento, tendono a causare disagio significativo in chi viene raggiunto. Ha poi continuato a mostrare come una migliore comprensione della risposta del pubblico “offra l’opportunità di migliorare l’efficacia del Fomo come trigger di acquisto”.
Una tattica proposta è quella di continuare a stimolare la paura di essere tagliato fuori anche durante e dopo la decisione d’acquisto. Questo, ha suggerito, renderà le persone più sensibili a ulteriori annunci sulla stessa linea.

Sì, lo so: io lavoro in un settore che riceve la maggior parte del suo reddito dalla pubblicità, quindi sono complice anch’io di questo.
Lo siamo anche tutti noi.
La pubblicità – con i suoi impatti distruttivi sul pianeta vivente, sulla nostra tranquillità e sul nostro libero arbitrio – si colloca al centro della nostra economia basata sulla crescita.
Questo ci dà una ragione in più per sottoporla ad un severo vaglio critico.
Tra i luoghi in cui la sfida dovrebbe iniziare, vi sono sicuramente le Università e le società accademiche preposte per ruolo sociale proprio a stabilire e mantenere standard etici.
Se queste non sono in grado di nuotare contro le correnti del desiderio costruito e del pensiero costruito, chi può?

fonte: The Guardian

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