LA CALENDULA

La calendula é una pianta comune e poco appariscente, anche producendo fioriture copiose i cui capolini somigliano a margherite arancioni. Apre i suoi fiori all’alba per richiuderli la sera ed era perciò anche detta orologio dei contadini. Il suo copioso fiorire è anche frequente; nella bella stagione fiorisce ogni mese da cui il nome calendula, pianta della candelora o della luna nuova. Naturalmente il senso é figurato ma rispecchia ad esempio la forma del seme che somiglia ad una piccola falce di luna. È una pianta medicinale tra le più attive ed un consumo regolare del suo decotto aiuta contro le affezioni gastriche. In cataplasma è un efficace cicatrizzante e disinfiammante con anche potere antibatterico ed antivirale.
 
Santa Ildegarda scrive a proposito della calendula:
“La calendula è fredda e umida, contiene molta viridità ed è efficace contro il veleno. Chi ha ingurgitato qualcosa di velenoso o gli è stato introdotto, cuocia la calendula nell’acqua e dopo aver tolto l’acqua con la pressione la ponga calda sullo stomaco. Questo rende il veleno debole ed esso verrà rigettato,
perchè la forza e freschezza della viridità della calendula scioglie il veleno. Al contempo riscaldi del buon vino e poi aggiunga la calendula e lo riscaldi di nuovo. Questo vino bevuto tiepido farà espellere all’uomo il veleno attraverso il naso come schiuma o dalla bocca, perchè le forze buone di questa pianta insieme al calore del vino portano a vomitare il veleno”.
“Se qualcuno ha della tigna in testa prenda i fiori e le foglie della calendula e ne sprema il succo. Prenda il succo e un po’ meno d’acqua e farina di grano o segale, metta questo impasto sulla testa coprendosi poi con un berretto. Lo tolga solo quando diventa caldo e secco e lo sostituisca con uno fresco. Prima di mettere il nuovo impasto, la testa va lavata con una soluzione di succo di calendula. Questi verrà guarito “
“Se qualcuno ha della croste sulla testa prenda del lardo (speck), tenga la parte che si trova più vicino alla parte più dura della cotenna e la pressi insieme alla calendula. Con questo impasto si deve ungere spesso il capo e le croste non si formeranno più e la testa (capelli) sarà bella.”
Effettivamente il massimo utilizzo moderno é nella cosmesi ed in commercio si trovano numerosissimi prodotti a base di calendula, tutti con azione lenitiva e nutriente. La specie usata in questi casi è la calendula officinalis di cui la nostra calendula arvensis è la sorella selvatica, meno pregiata forse ma non priva di attività.
Dal punto di vista alimentare la calendula può essere usata in cucina, soprattutto i capolini che possono anche essere conservati scottati sott’olio o sott’aceto. I fiori ligulati secchi e polverizzati conferiscono colore giallo aranciato alle pietanze, una specie di zafferano dei poveri.

Per questo articolo ringraziamo Massimo Luciani, dottore in scienze ambientali, e la pagina facebook Etnobotanica

Il Mirto

 
Myrtus communis.
Il mirto é la pianta della femminilità primigenia. Sono innumerevoli i miti che lo associano a grandi madri, guerriere e amazzoni. In Grecia era consacrato ad Artemide ma non come semplice simulacro, bensì come incarnazione o meglio, materializzazione dello spirito divino.
Gli Idoli intagliati in mirto, si dice potessero germogliare, dimostrando l’intercessione e quindi l’esistenza stessa della divinità . In epoca romana divenne simbolo di Venere e con lei della bellezza, dell’amore e della pace imbelle ed è in quest’ultima declinazione che se ne incoronavano i generali vincitori di guerre incruente e gli Arconti, i giudici supremi del collegio dei magistrati di Atene. Piu tardi assunse anche un connotato infero divenendo un viatico mortuale. Questa dicotomia non deve stupire perché é nella morte serena che si raggiunge la pace.
 
È un arbusto sempreverde che fiorisce in primavera e spesso rifiorisce in autunno e produce bacche viola o blu o anche raramente bianche dall’intenso odore aromatico; il suo nome, Myrtus, ha in effetti una radice comune con la parola greca per piacevole profumo. Si utilizza per produrre un famoso liquore per infusione ed è apprezzato come aroma per le carni ma possiede anche pregiate caratteristiche medicamentose. Se ne ricavava, per distillazione, un’acqua aromatica preziosa contro le gengiviti e le contusioni, con spiccate proprietà diuretiche ed utilizzata in profumeria e cosmetica per la preparazione di balsami e saponi.
Il liquore di mirto ha oggi una fortuna commerciale, nata negli anni 90 del secolo scorso, mai vista in precedenza, che ha portato a studi sistematici sulla sua coltivazione, anche perché la macchia mediterranea, suo habitat naturale, stava cominciando a subire una “pressione d’uso” insostenibile. Si é quindi cominciato a selezionare varietà che potessero comodamente essere coltivate a scopo industriale ed ora la coltura del Mirto sta diventando, specie nel sassarese, un buon investimento con rese per ettaro paragonabili ad altre colture storiche.
Il mirto è molto bottinato dalle api per il suo polline ma non produce nettare e quindi non é possibile ricavarne miele.
 
É curioso come la filogenesi delle Myrtacee prenda come riferimento primario il mirto, unica specie di questa famiglia presente da noi. Le Myrtacee sono invece cosmopolite e comprendono generi importantissimi come gli eucalipti e i chiodi di garofano e questo dimostra come la moderna classificazione botanica sia Eurocentrica anche al di la di ogni ragionevolezza.
 
Per questo articolo ringraziamo Massimo Luciani, dottore in scienze ambientali, e la pagina facebook Etnobotanica

Il miele di Tajinaste e api nere di Tenerife

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Il miele di Tajinaste è considerato una rarità dell’agricoltura.
Originario dell’isola di Tenerife, e uno dei tanti prodotti inconsueti che si possono trovare alle Canarie, con una caratteristica dolcezza e virtù molto particolari.

Il Tajinaste è una specie endemica che si trova esclusivamente sull’isola di Tenerife, in particolare nelle vicinanze del vulcano dormiente Teide. Questa specie, la tajinaste rossa, è stata scientificamente chiamata Echium wildpretii, chiamata anche “Sangre del Teide”.

Arbusto che produce anche una sorta di piccola rosa lanceolata che forma un cono, che può raggiungere i 3 metri di altezza diventando decisamente spettacolare agli occhi dei visitatori.

Si trova esattamente nel nord-est dell’isola e il suo nome deriva dalla lingua guancia “tainast” che significa “aculeo”. Il motivo è probabilmente da attribuirsi al fatto che le api lo adorano!

Si caratterizza per essere un miele dal sapore “primaverile” e dalla consistenza cremosa, con colorazione molto chiara e cristallina in toni beige. Il suo sapore è particolarmente delicato, nelle Isole Canarie viene solitamente utilizzato come dolcificante naturale e come ingrediente di alcuni piatti tradizionali.

Anche le api che lo frequentano sono particolari. Si tratta di una particolare specie di ape nera, anch’essa specifica del bioma canario.

Si possono osservare climi diversi in tutta l’isola e, soprattutto nelle aree vulcaniche, è sorprendente vedere gli alveari prodotti dall’ape nera di Tenerife. Tuttavia, l’ape nera è uno degli impollinatori più grandi e dominanti della specie, ma non così abile o delicato come altri impollinatori autoctoni dell’isola. Questo, secondo alcuni studi, può produrre una diminuzione della produzione di semi e frutti del tajinaste rosso, poiché la presenza di api nere farebbe diminuire altre piccole specie che sfruttano anche il polline di questo fiore.

Per questo motivo, l’introduzione di più alveari per la produzione di miele potrebbe essere alquanto controproducente, motivo per cui si è reso necessario stabilire regolamenti che regolino questa attività al fine di preservare al meglio sia la flora che la fauna del Teide.

Tajinaste Honey - Oromiel 300 g

Il bagolaro: l’albero tuttofare giunto quasi all’oblio

IL BAGOLARO (Celtis australis L.) è un albero deciduo della famiglia delle Cannabacee (anticamente collocato fra le Ulmacee) noto anche come “spaccasassi” perché il suo possente apparato radicale è capace di svilupparsi in terreni sassosi.

È una specie autoctona, presente in tutta Italia anche allo stato subspontaneo in siepi e boschetti presso gli abitati, al di sotto della fascia montana. Esistono inoltre una specie alloctona, il bagolaro occidentale introdotto dall’America settentrionale nel Diciannovesimo Secolo, ed una sottospecie autoctona, il bagolaro di Tournefort (Celtis tournefortii Lam.) che cresce esclusivamente sulle pendici dell’Etna.

Il bagolaro ha un areale che si estende dal Mediterraneo fino alle zone basse del Nepal. Di fatto, la maggior parte della letteratura scientifica disponibile su questa specie riguarda l’uso medicinale e quello foraggero che ne fanno le popolazioni dell’Himalaya. Nella letteratura scientifica occidentale si trovano solo riferimenti generici.

Un albero dai mille utilizzi

Il bagolaro comune viene frequentemente coltivato come pianta ornamentale soprattutto lungo le vie perché resiste all’inquinamento e cresce su qualsiasi tipo di suolo, anche coperto dal manto stradale.

Eppure si tratta di una specie con grande potenziale produttivo, in grado di fornire numerosi prodotti utili e anche servizi ecosistemici:

  • È una specie frugale, comune sulle rupi e sui ruderi, che si presta bene all’utilizzo per il rimboschimento di pendii aridi.
  • Il suo fogliame è un ottimo foraggio avente il 18% di proteine (1). Gli estratti alcolici delle foglie hanno proprietà antimicotiche e antimicrobiche (2).
  • fiori sono melliferi e sbocciano in aprile, precisamente quando le api ed altri insetti pronubi ne hanno più bisogno.
  • Le sue drupe (Foto 1), oltre a fornire nutrimento all’avifauna, sono commestibili (tradizionalmente venivano utilizzate per la preparazione di una confettura e di un liquore). Se consumate fresche, sono fonte di fibra alimentare, antiossidanti e vitamine (2, già citato).
  • semi legnosi delle drupe contengono un olio simile a quello di mandorle dolci, composto al 73% da acido linoleico, fonte di Omega 6 (3). Il metilestere (biodiesel) estratto da questo olio ha proprietà antibatteriche (4). I semi delle drupe venivano impiegati in alcune aree del Mediterraneo per fare rosari, da cui il nome locale di “albero dei rosari”.
  • Il legno, chiaro, molto resistente ed elastico, è impiegato in falegnameria per lavori al tornio ed è un ottimo combustibile, anche per la preparazione di carbone. Si tratta di un legno molto compatto: la sua densità al momento del taglio è pari a 960 chilogrammi/m3; dopo la stagionatura (12% di umidità) si stabilizza a 720 chilogrammi/m3 (Indicazioni pratiche per i controlli sui tagli colturali dei boschi in Regione Lombardia, pagina 35). Il suo Potere Calorifico Inferiore è 3,98 kilowattora/chilogrammo, la qualità della legna è equivalente a quella del faggio.
  • Anticamente, dalla sua corteccia veniva ricavato un pigmento giallo utilizzato in tintoria e per conciare le pelli.

La coltivazione e lo sfruttamento del bagolaro

Il bagolaro si riproduce bene da seme. Il seme può essere piantato appena il frutto è maturo, oppure sottoposto a due, tre mesi di stratificazione a freddo per essere piantato a fine inverno. Il tasso di fertilità in genere supera il 70%. Alcuni studi condotti in India suggeriscono che un pretrattamento in acqua bollente seguito da 48 ore di macerazione in acqua accelera la germinazione.

I semi vengono piantati in filari distanziati 20 centimetri, con 2,5 centimetri di spazio fra semi e 2 centimetri di profondità e coperti da pacciamatura. Il letto di semina va tenuto umido per un mese, a questo punto si selezionano le piantine più vigorose, lasciando una distanza finale fra piante di circa 50 centimetri. Le piantine si possono mettere a dimora dopo cinque mesi.

È anche possibile propagare il bagolaro mediante talee trattate con Iba in concentrazione di 3mila milligrammi/litro; mediante tralci di radici, estratti da piante di due anni di età e collocati in vasi con torba e sabbia; e anche mediante margottatura (5).

La sua spiccata capacità pollonifera fa di questa specie la candidata ideale per lo sfruttamento a ceduo, con densità da cinquecento a mille piante per ettaro. Il turno di ceduazione va da un minimo di cinque, dieci anni per paleria (6), tipicamente 12 anni per legna da ardere, mentre le capitozze richiedono un turno di tre, cinque anni. Se coltivato ad alto fusto, per la produzione di legno pregiato, il turno di maturità va da quaranta a cinquanta anni.

Non sono stati trovati dati di produttività di legna relativi a questa specie, probabilmente per il fatto che essa viene coltivata a scopo ornamentale, o cresce in associazione con altre specie. È certamente un argomento che meriterebbe ricerche approfondite, soprattutto in considerazione della considerevole massa ipogea di questo albero, che consentirebbe simultaneamente la produzione di legna da ardere e un importante accumulo di carbonio nel suolo, nell’ottica dei futuri incentivi alla carbonicoltura attesi entro la fine di questo anno.

I punti deboli del bagolaro

Nonostante la sua longevità (cinquecento, mille anni), le dimensioni che può raggiungere (tipicamente 20 metri, fino a 30 metri negli esemplari monumentali), la capacità di crescere su suoli aridi e la tolleranza alla siccità, il bagolaro ha alcuni punti deboli che possono compromettere la sua sopravvivenza (5, già citato):

  • La sua corteccia è molto sottile, per cui teme gli incendi boschivi.
    È una specie termofila, capace di resistere ghiacciate occasionali, ma che teme inverni troppo rigidi.
  • Cresce bene con precipitazioni annue nell’intervallo da 1.200 a 2.500 millimetri, tollera la siccità ma non il ristagno d’acqua.
  • È una specie eliofila, quindi non si sviluppa bene all’ombra di altre piante a più rapido accrescimento (ad esempio la robinia). Si abbina bene in siepi con berretta del prete (Euonymus europaeus), ligustro (Ligustrum vulgare) e rovo selvatico (Rubus ulmifolius). Nei cedui misti (6, già citato) troviamo il bagolaro assieme a: nocciolo (Corylus avellana L.), betulla (Betula pendula Roth), ontano bianco (Alnus incana (L.) Moench), pioppo tremolo (Populus tremula L.), ontano nero (Alnus glutinosa (L.) Gaertner) e ontano napoletano (Alnus cordata Loisel.).
  • Fra le malattie che possono colpirlo si segnalano alcune virosi che provocano microfillia ed arricciamento fogliare, con maculature giallastre e formazione di bolle, oltre che riduzione dello spessore. Sempre a causa di virus si ha talvolta la formazione di “scopazzi”, rami affastellati e di spessore ridotto. Fra i funghi parassiti, l’ascomicete Taphrina celtidis si manifesta con chiazze grigio brune sulla pagina fogliare.

Sa Pompìa: il raro agrume antico sardo è un superfood


Simile ad un mito, le sue origini sono misteriose e si perdono nell’antico passato.

Nome scientifico Citrus Monstruosa, pare sia il risultato dell’ibridazione naturale tra un cedro ed un limone, sebbene come altri agrumi abbia sviluppato molte proprie particolarità.
Deve il suo nome all’irregolarità della sua forma, che spesso mostra spesse protuberanze, ed alla sua mole che può fargli superare il mezzo chilo di peso.

Cresce solo in Sardegna, in un’area della Baronia che gravita intorno al comune di Siniscola (Nu). Cresce spontanea nelle macchie e negli agrumeti ed è arrivata sino a oggi perché è la materia prima fondamentale di alcuni dolci tradizionali di Siniscola.

Da cruda non è particolarmente apprezzabile, per via della spessa buccia e del sapore fortemente acidulo, anche più del limone. Malgrado ciò, molti amano mangiarla condita con olio e sale, ed eventualmente zucchero, al pari del suo parente il Cedro (da non confondere con l’omonima albero sempreverde).
I suoi rami sono molto spinosi, e la sua raccolta solitamente è affidata alle donne e richiede una certa maestria.
Da cotto si apprezza l’albedo (la parte bianca), che viene caramellata lentamente con il miele, mentre la buccia è eccezionale per aromatizzare liquori.

Famosa è la “pompia” nuorese, cioè il pomo di Adamo cucinato col miele”
(Grazia Deledda)

La scorza caramellata diventa “pompìa intrea” e messa sotto miele in barattoli di vetro come leccornia, oppure viene tagliata a pezzetti e unita a mandorle a scagliette; a volte si compone in pirottini usando le foglie aromatiche di un limone o arancio, diventando la “aranzada”, un antichissimo dolce sardo simbolo di femminilità e fecondità.

Divenuta presidio Slow Food e prodotto agroalimentare tradizionale (PAT) della Sardegna, il suo olio essenziale sfrutta le sorprendenti proprietà nutraceutiche del prodotto, ricco di vitamine e sali minerali, toccasana per la salute delle vie aeree e dell’intestino, che consentono di classificarlo come super food naturale.

La Sardegna è una delle regioni italiane che negli ultimi anni ha perduto un patrimonio maggiore di cultivar tradizionali. In quarant’anni l’Università di Cagliari ha individuato più di 110 tipi di fagiolo antico sardo, prossimi a scomparire. Anche l’anguria fino a mezzo secolo fa vedeva una incredibile varietà: più di trenta tipologie di forma e caratteristiche straordinarie.
Le Argolands dedicheranno una porzione di parco ad i vivai “Jurassics”, dei giardini di riproduzione di biodiversità accessibili al pubblico.

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